CASTELNUOVO AL VOLTURNO. Il 2 marzo si ripete la pantomima dell’Uomo Cervo

CASTELNUOVO AL VOLTURNO. Torna anche quest’anno, nel pomeriggio di domenica 2 marzo, la pantomima dell’Uomo Cervo (Gl’Cierv), che si ripete l’ultima domenica di carnevale, da un tempo immemorabile, a Castelnuovo al Volturno, frazione di Rocchetta al Volturno, nel cuore delle Mainarde molisane. Dopo il tramonto, la piazza del paese diventa il pittoresco palcoscenico di una pantomima che coinvolge abitanti e visitatori, sia come protagonisti sia come figuranti. Il rito de “Gl’Cierv” ha sicuramente due significati reconditi:

1. Parafrasi del significato primordiale del carnevale, l’antichissimo mito dionisiaco, nel quale il passaggio delle stagioni viene simboleggiato in maniera cruenta, dove, per la rinascita della natura, risulta indispensabile una morte sacrificale.
2. La figurazione di tutto quello che da sempre sconvolge l’animo umano: le radicate paure per l’irragionevole, l’incomprensibile, la violenza selvaggia della natura che sovrasta e, a volte, travolge. L’origine di questo carnevale, nonostante ogni possibile supposizione, resta oscura. Solo sulla genesi dei personaggi si avanza una qualche ipotesi, Tra essi, sono senz’altro il Cervo, il Martino e il Cacciatore i protagonisti del rito, nonostante la presenza della Cerva, evidentemente assimilabile al suo alter ego maschio, e delle comparse che completano la schiera degli interpreti della pantomima.

La pantomima dell’Uomo Cervo nella descrizione di Giuseppe Tomassone e Fabio Milani:

“L’ultima domenica di carnevale, a Castelnuovo al Volturno, frazione di Rocchetta al Volturno (Isernia), si ripropone un’antichissima rappresentazione. Uomini, donne, bambini, da soli o a piccoli gruppi si radunano, osservano, si salutano, parlano. Col passare dei minuti il vocio diventa sempre più forte e si amalgama con una intrigante atmosfera d’attesa. Quando il buio comincia ad avvolgere ogni cosa e l’aria è sempre più fresca e silenziosa si ode uno strano rumore provenire dalla parte alta dell’abitato. Dapprima un rumore indistinto, poi sempre più chiaro: è il tintinnio di più campanacci, suonati con una cadenza ossessiva. La gente prova un brivido quando il gruppo di figure appare sulla sommità della salita che porta anche al borgo vecchio. Come uscite da un incubo primordiale sono le Janare, le streghe, dai lunghi capelli stopposi, dai volti grifagni. Esse scendono verso il pubblico sconcertato e incuriosito, suonando il campano con ritmo sempre più serrato, movendo passi di una lugubre danza ad annunciare che un evento straordinario e terribile sta per accadere. Giunte nella piazza, queste singolari creature sciolgono il loro sodalizio e si disperdono correndo tra le case e la gente. L’atmosfera, carica di tensione, è pronta ad accogliere l’evento. Ed ecco gli zampognari che, con passo lento come la melodia delle loro zampogne, avvertono che sta arrivando. La platea ammutolisce. Un grido allarmato risuona nell’aria greve: “Gl’ Cierv’! Gl’ Cierv!'”. Rapidamente diventano sempre più distinti rumori di numerosi, altri campanacci, grida, versi inusuali; cresce l’animazione e la folla, con un clamore stupito, accoglie l’arrivo della Bestia. Con grandi corna ramificate sul capo, interamente coperto di ruvide pelli, il volto, le mani dipinti di nero e il petto ornato di campanacci difformi, l’ Uomo Cervo, gl’ Cierv, ostenta tuta la sua forza, vitalità e cattiveria. Con minore vigoria ma altrettanta vivacità è assecondato dalla sua compagna Cerva, con un pellame più chiaro e movenze più aggraziate. Entrambi aggrediscono e distruggono tutto ciò che incontrano sulla loro strada, terrorizzando l’impotente paese. Solo Martino, misterioso personaggio vestito di bianco e con un lungo cappello a cono, mago o folletto venuto dalla montagna, cerca di arginare la furia delle Bestie. Con loro ingaggia una lotta impari, armato soltanto del suo bastone. Dopo un duro combattimento fatto di salti, corse, capriole, bramiti spaventosi, Martino riesce a soggiogare l’Uomo Cervo e la compagna, legandoli strettamente con una corda. Nonostante questo le Bestie continuano ad ostentare aggressività, cercando di sopraffare in qualsiasi modo il loro controllore, deridendo la folla, rifiutando con disprezzo la polenta offertagli come pacificazione, tentando improbabili quanto disperati caracolli, fino a che il furore non predomina ed essi si liberano riprendendo a sfogare tutta la potenza animale. C’è un momento più compassato, quando gl’ Cierv’ cede alle lusinghe della Cerva per vivere “la stagione degli amori”, ma subito dopo ricomincia, più forte, la sarabanda. Nulla sembra più in grado di fermare le Bestie. Ecco allora comparire, materializzato dal destino, il Cacciatore. Impassibile come un giustiziere si pone di fronte all’Uomo Cervo e alla sua compagna. Freddo e preciso li colpisce. Le Bestie lentamente si accasciano in un improvviso silenzio. La gente è attonita, come si è attoniti ogni volta che si insinua la l’idea della morte. Adagio il Cacciatore si avvicina ai due corpi inerti, su di loro si china e soffia nelle loro orecchie e, come per incanto le Bestie rivivono, mondate da ogni male, in una ritrovata dimensione naturale. E mentre un generale sospiro di sollievo allenta la tensione anticipando il sentimento di allegrezza che pervaderà di lì a poco la piazza, un grande falò purificatore viene acceso. L’Uomo Cervo e la Cerva, in un’atmosfera festante e presaga di ottimi auspici, si allontanano tornandosene nei boschi sui monti. Dai vicoli, dalle case, d’in mezzo alla gente tornano le nere figure delle Janare. Come attratte dalla forza del fuoco vi si radunano attorno e danzano perché, ricordano, la magia pervade ogni angolo della terra, ogni momento della nostra vita, se soltanto abbiamo la capacità di cercarla. Così si presenta il rito che si ripete ogni anno a Castelnuovo”.

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