VENAFRO – La “casina dei sogni” nel racconto della maestra Rosaria Alterio

Blackberries Venafro

VENAFRO. E’ un vero e proprio racconto, seppure autobiografico e assolutamente veritiero, quello inviatoci dalla maestra Rosaria Alterio, nostra affezionata lettrice. Luoghi, personaggi e vicende di 50 anni fa, quando Venafro era molto diversa da come la conosciamo oggi. Davvero vale la pena di leggerlo per intero:

Non so da quando ci stava la piccolissima casa adagiata come un dado nel verde degli orti, sulla strada per Napoli, appena dopo il ponte della ferrovia, a destra venendo da Venafro. Dirimpetto aveva l’immensa estensione dei campi di grano, spezzata dalla grande aia dove si trebbiava il grano e si spannocchiava il granturco. Attorno ad essa c’era il grandissimo pioppo, il maestoso salice piangente e la profumatissima acacia con l’altalena di corda sospesa a un suo robusto ramo. C’era anche un grosso casotto in muratura che serviva da deposito agricolo con le finestre chiuse da belle inferriate. Aveva un pozzo accanto: un parallelepipedo di cemento, con l’apertura per attingere solo da un lato. Da bambina la distanza tra la casetta e Venafro mi sembrava enorme forse perché dalla chiesetta di San Donato al centro abitato vedevo solo orti da entrambi i lati, nella direzione opposta campi e campi di grano fino all’orizzonte. In effetti era l’unica casa della zona.

Quella distanza dicevo è stata da tempo annullata, si fa per dire, da case, palazzi e negozi che si accavallano in quella zona: quasi un quartiere cinese.

La casetta flagellata dal vento e dalla pioggia, inondata e abbagliata dal sole estivo, si schiacciava un pò e quasi si rimpiccioliva ancora di più la sera, sotto il cielo stellato, immersa nel buio più profondo. Qui vissi la mia infanzia, la mia adolescenza e parte della mia giovinezza.

– Perché ci sono tante stelle? – Chiedevo a mio padre da bambina, seduti entrambi sul gradino di pietra del portoncino verde. – Pensa quante persone ci sono al mondo! Ogni persona ha la propria stella! – Mi rispondeva filosoficamente togliendosi d’impiccio.

Appagata da questa risposta di cui non avevo capito assolutamente nulla, incalzavo: – E perché ci stanno cadendo addosso? – Sembra! Sembra! Piccolina. È perché siamo al buio, in campagna e l’aria è serena. Quando ero a Berlino a lavorare, non ne vedevo nemmeno una!

Aveva quella casa una piccola cucina e una bella camera da letto. Aveva quest’ultima un pavimento di mattoni rossi che ricordo sempre umido per i continui lavaggi, il lettone dei genitori alto e livellato alla perfezione, il quadro della Madonna a capo, una cassa traboccante di buona biancheria (già da allora destinata a me), un armadio, con un unico portellone a specchio un po’ cigolante: i pochi vestiti ci stavano molto comodi.

Il comò aveva una pietra di marmo di un bel colore ocra su cui stavano una sveglietta incastonata in una piccola lupa di gesso e una conchiglia antichissima che accostavo sempre all’orecchio per ascoltare incredula e estasiata il mare.

C’era qui anche il mio lettino fatto della sola rete e di un materasso gonfio fino all’inverosimile di bianche e tenere foglie di granturco che mia madre rinnovava rigorosamente ogni anno.

Completava l’arredamento un catino e una brocca per lavarci, sorretti entrambi da un treppiedi di ferro battuto che aveva, nella parte superiore, anche un semicerchio per l’asciugamano.

La domenica si trasferiva in questa camera una grande bacinella che serviva per il bagno, a turno, di noi tre (per rinnovare di volta in volta l’acqua un catino bolliva sul fuoco per ore; d’estate invece si attingeva da un’altra bacinella esposta al sole).

C’era un balcone sempre pieno di garofani pendenti e gigli rossi. Era pressoché impossibile sostarvi!

Nella cucina dominava il focolare che, oltre ad essere l’unica fonte di riscaldamento serviva anche per cuocere i cibi, era corredato ingegnosamente da pignatte di varie misure, da padelle e pentole annerite.

C’era la madia di legno con le provviste sopra e le poche stoviglie, sotto.

C’era la cristalliera che, assieme ad alcuni oggetti di rame appesi a una parete e al cassettone della biancheria, in camera, erano l’orgoglio di mia madre.

Una piccola tavola che, all’occorrenza e in maniera molto semplice “si apriva”, raddoppiandosi e accoglieva generosamente, nella sua modestia, parenti ed amici. Si trasformava di volta in volta in asse da stiro, in scrivania, in tavolo da gioco per una partitella a carte, oltre che da piano di appoggio per le varie faccende.

Eppoi c’era un piccolissimo divano (chiamarlo così è un eufemismo, ma non trovo un termine che lo equivalga) che mia madre aveva ricavato dal sedile a due posti di un camion militare. Era poggiato, ma non fissato, su un sostegno di ferro, in un equilibrio molto precario, qualche volta quasi drammatico. Se chi lo usava (e non era al corrente della sua stabilità) si sedeva al centro, tutto andava bene, se “si azzardava” invece ad una delle estremità, si impennava di scatto sull’altra, mandando il malcapitato letteralmente a gambe all’aria. Ora mi viene da ridere, ma allora provavo quasi un attacco di panico. Suggerivo alla mamma di trovare un sistema più sicuro per l’incolumità di qualche visitatore, ma lei ripeteva che “bastava sedersi al centro”. Pensavo che io, “per educazione”, in casa altrui, mi sarei seduta ad un lato, ma questo non osavo dirlo.

Mettiamoci un cartello! Tentavo in una soluzione estrema.

Non sanno leggere, sentenziava (per il sol fatto di non saper leggere e scrivere lei stessa, includeva in questa categoria tutto il genere umano).

La questione era chiusa, ma il cuore continuava a battermi ogni volta che l’ignara persona si avvicinava al diabolico divanetto ricoperto da una civettuola stoffa a fiorellini azzurri.

Il pavimento della cucina era di due qualità di mattoni completamente diversi: durante la guerra, i tedeschi che l’occupavano, vi spaccavano la legna, metà pavimento andò perciò in frantumi sotto la scure. Nell’immediato dopoguerra era un’impresa trovare mattoni uguali a quelli che si erano salvati, di cotto rosso, come quelli della camera, né si “concepiva” di sostituirli tutti! Quel residuo microscopico di ceramica dai disegni molto vistosi e colorati, pescato chissà dove, fece da rattoppo. Nessuno se ne scandalizzava più di tanto!

C’era un piccolo forno in muratura dove mia madre cuoceva regolarmente il pane, qualche pizza al pomodoro, il pan di spagna al mio onomastico, il panettone a Natale, la pastiera a Pasqua e di tanto in tanto delle “pastette” al latte  che sapevano di vaniglia. Durante la guerra il nostro gatto si rifugiò in questo forno, evidentemente atterrito pure lui dai tedeschi e vi rimase tanto di quel tempo che lo credemmo morto. Solo quando i soldati se ne furono andati ne uscì magrissimo e ancora spaurito non la finivia più di strofinarsi alle gambe di mio padre che era salito per primo a verificare la situazione. Quando ci portò la notizia nell’abitazione che occupavamo in quel periodo bellico provammo io e la mamma una gioia immensa.

Nella piccola cucina c’era ancora una panca di legno che sorreggeva la tina di rame per l’acqua da bere e un secchio con l’acqua per gli altri usi.

E poi non c’era davvero più niente!

La piccola scala a mezza chiocciola, di una bella pietra un pò consumata, simile al marmo, riceveva la luce da una finestrella dietro alla quale seguivo il lavoro degli ortolani e qui leggevo e studiavo.

Era il mio spazio preferito quel gradino di pietra e c’era d’estate sempre una bella brezza fresca, d’inverno però si doveva chiudere lo sportellino di legno perché la brezza diventava un vortice gelato.

La finestra della cucina era lo specchio sul mondo: vedevo i contadini tornare dal lavoro dei campi  la sera, li sentivo all’alba mezza addormentata quando vi si recavano sui carretti. Sulla vicina ferrovia vedevo i treni scorrere col pennacchio di fumo (come forse non li disegnano più nemmeno i bambini), udivo l’immancabile fischio all’approssimarsi della vicina stazione.

I treni scandivano il tempo di mio padre che svolgeva il suo lavoro di carradore nel piccolo locale accanto al portoncino d’ingresso. A volte a chi gli chiedeva l’ora: – Sono le dieci e mezza (era appunto il treno che passava a quell’ora) oppure: – E’ passato l’una e un quarto – li informava.

“Quello delle dodici e mezza” lo faceva salire su, in casa, per il pranzo, anche se mia madre non lo aveva ancora chiamato dalla finestra.

Vedevo le poche auto transitare sulla nazionale. Spesso io e la mia amica Antonietta giocavamo a tamburello proprio in mezzo alla strada: io avvisavo lei quando “spuntava” un’auto da Portanuova (il traffico non era stato ancora dirottato su via Colonia Giulia per il solo fatto che questa ancora non esisteva) e lei avvisava me di qualche auto “apparire” al Ponte nuovo, nei pressi dell’attuale Standa.

Vedevo dalla finestra gli ortolani, li salutavo e scambiavamo chiacchiere. In effetti erano i nostri vicini, la loro giornata la vivevano negli orti e la nostra casa era un sicuro e fidato punto di riferimento se mancava loro qualcosa, per lasciare in custodia i loro bambini, per parlare semplicemente o per confidarci piccoli segreti, crucci di famiglia, fidanzamenti, per invitarci a matrimoni, battesimi (io stessa sono stata cresimata da uno di loro).

Abbiamo cresciuto i loro bambini che sono per me come figli, rapporti di amicizia che sono durati una vita e durano tuttora per chi è ancora vivo.

Un inverno rimanemmo isolati da una piena improvvisa e uno di essi, Peppino, calmo, silenzioso e grande lavoratore, dovette salire e attraversare la ferrovia per poter procedere nel fiume d’acqua che scorreva nella strada, per portarci dei ceci e un po’ di baccalà (che allora era il pesce dei poveri).

La Protezione Civile di quel tempo erano gli amici.

Ma torniamo alla finestra.

Vedevo d’estate la trebbiatrice sulla’aia dirimpetto che vomitava polvere e grano per un mese con tanto sudore dei contadini che dovevano prima mietere il grano con la falce, raccogliere le spighe in covoni, trasportarle sui carretti e accumularli sull’aia, poi, quando era il loro turno, trebbiarli.

Era un lavoro frenetico e massacrante tra giugno e luglio: durante questa operazione non ci si poteva fermare un attimo per l’incalzare continuo di azioni successive: un paio di uomini buttavano covoni con una forcina di ferro nel vortice della macchina rumorosa, chi era addetto ai sacchi che si riempivano e bisognava, con tempismo e precisione, trascinarli via, chi provvedeva alle balle di paglia che scattavano dalla parte posteriore della macchina, chi a tirar lontano la “cama” (il sottile involucro di paglia che riveste i chicci) che si accumulava sotto.

La pausa del pranzo o di qualche guasto meccanico momentaneo o improvvisi scrosci di pioggia erano un sollievo per le orecchie!

Il guardiano dell’aia veniva da noi in continuazione per un bicchiere di acqua fresca. Come se avessimo avuto l’acqua corrente o il frigorifero in casa! Ma il bicchiere di acqua fresca c’era eccome! Mia madre, con l’acqua delle quattro cannelle che trasportava con la tina in testa, riempiva qualche boccia di vetro, la chiudeva ermeticamente e la immergeva in una vasca dell’orto dalla quale l’acqua sgorgava freschissima da una sorgente che attraversava altre tre vasche, dove gli ortolani lavavano le verdure e si riversava in tanti solchi negli orti.

Il bicchiere di acqua fresca era perciò assicurato ogni volta.

Lo spoglio del granturco, alla fine dell’estate, era più silenzioso e poetico.

Si ammucchiavano montagne di granturco attorno ai tre alberi e le donne e gli uomini, seduti per terra, in cerchio, liberavano il granturco, buttandosi le foglie secche dietro e i bei tutoli arancione davanti a loro.

A mezzogiorno veniva la padrona con un grosso cesto in testa con il pranzo, molto frugale e veloce e si riprendeva il lavoro che durava a volte fino alla sera.

Spesso, sotto la luna, si accennava qualche canto per vincere stanchezza e sonno e finire così “in giornata”.

Una volta “stavo aiutando” dei contadini e mi addormentai all’aperto per parte della notte: per i miei sette o otto anni fu quasi un’avventura.

Venivano spesso da mio padre a farsi fare la “zeppa”, sorta di asticciola di ferro o di legno appuntita all’estremità che serviva per tagliare le foglie e facilitare così l’uscita del tutolo.

Veniva la piccola macchina che provvedeva a ridurli in chicchi che venivano allargati sull’aia, come grandi lenzuola arancioni, ad asciugarsi al sole (ora queste operazioni avvengono direttamente sui campi di produzione con macchine veloci ed efficienti, le aie sono perciò scomparse).

Le nostre galline spesso invadevano quelle distese di granturco che il contadino per farle asciugare rigirava con la pala di legno, lentamente, in solchi orizzontali e verticali, si limitava a scacciarle semplicemente senza sognarsi nemmeno di richiamarci per tenerle al chiuso, né, noialtri a preoccuparci del fastidio insistente che procuravano: era una piccola calamità, ineluttabile come la pioggia.

Ricordo le chiocce (allora per gli usi domestici i polli si riproducevano solo così) quando dovevano attraversare la strada per andare sull’aia dirimpetto, che era il loro regno, chiocciavano innervosite con le penne arruffate nel loro nugolo di pulcini fino a quando mia madre non si metteva in mezzo alla nazionale con le braccia allargate e fermava il camion di turno: l’autista divertito aspettava che la chioccia e i pulcini transitassero con calma. “Che tempi, ragazzi!” Le mancava solo il fischietto e la paletta! A proposito i vigili veri e propri non c’erano perché non c’era il traffico, qualche guardia municipale aveva altre incombenze.

L’attraversamento dei polli e delle galline era invece molto più veloce e non richiedeva aiuti esterni, accadeva solo raramente che qualche gallina venisse investita e solo allora, se era recuperabile, si mangiava, perché normalmente esse servivano solo per la produzione delle uova.

Segretamente mi auguravo che qualcuna venisse solo azzoppata per una inaspettata “zuppa alla santé”!

Erano talmente ammaestrate che venivano a scodellare l’uovo nel nido, nell’angolo della “bottega” di mio padre, quindi riattraversavano la strada, mi pareva che guardassero perfino di qua e di là, prima di procedere veloci: se il pericolo era immediato l’attraversavano… volando per tornare nel loro vasto feudo.

Ricordo e vedevo sempre da quella finestra gruppi di zingari girovaghi che si accampavano per qualche giorno su quell’aia, accendevano grandi fuochi per lavorare oggetti di rame e la sera, sotto le stelle, suonavano il violino.

Appena vedevo qualche abitante delle masserie lasciare in custodia, fuori, da mio padre, la propria bicicletta per recarsi a piedi “a Venafro”, mi precipitavo giù e me ne impadronivo per un po’. Erano quasi sempre da uomo. Quando veniva per giocare una cuginetta, molto più piccola di me, la facevo montare in canna e la portavo a vedere “la casa della befana” (un casotto di contadini in un vigneto, oltre il ponte Nuovo, un po’ distante dalla strada il che mi permetteva di lavorare di fantasia ed ero talmente convincente nella descrizione dell’interno che quasi ci credevo pure io!).

Qualche bicicletta da donna era un lusso molto raro: si trattava generalmente di malandate bici da uomo, una da corsa stazionava quasi sempre, apparteneva a un pompiere di Roccapipirozzi che si recava a Isernia, col treno, a lavorare.

Era una bicicletta altissima, nuova e leggera come una piuma, credo di essere stata la prima donna a montare una bicicletta da corsa.

Senza ombra di dubbio sono stata l’unica a guidare la bici di un arrotino con tutta la ruota per ammolare e l’armamentario annesso e connesso fisso e imprescindibile da essa; dovevo pedalare fortissimo per farla muovere e poi procedere: una vera locomotiva a pedali! Ero felice mentre la ruota di pietra girava piano e la gente guardava divertita.

Apparteneva a un arrotino appunto che la lasciava da noi per lunghi periodi e quando tornava lo sentivo ogni volta borbottare per aver trovato qualcosa fuori posto.

Eppoi questa casa era il luogo di ritrovo delle amiche, ci si esercitava a vicenda a reggerci sulle bici appunto, si andava al fiume, a qualche paesino vicino, a rubare un po’ di fave nei campi e qualche grappolo d’uva nei vigneti (era il massimo della trasgressvità della nostra adolescenza).

Si slegava qualche carretto sull’aia, con l’asino, che attendeva il padrone e si faceva un giro. Una volta l’asina aveva lasciato a casa l’asinello nato da poco, questo noialtre non lo sapevamo e non si lasciò guidare piano, come di solito accadeva e cominciò a trottare veloce, restia ai nostri richiami e agli strattoni di redini: ci volle del bello e del buono, dovettero intervenire dei contadini per “farla ragionare”.

Quando sull’aia stazionava solo un carretto lo utilizzavamo come altalena (una sorta di variante a quella di corda sospesa all’acacia).  Due o tre di noi sopra di esso, verso l’estremità, una sospesa alle stanghe, a volte le amiche facevano rimanere quest’ultima sospesa in aria, a volte, spostando rapidamente il proprio contrappeso verso di lei, la facevano atterrare velocemente a terra.

Queste erano solo alcune delle nostre avventure più spericolate!

Poi c’erano tanti altri giochi: avevamo costruito un  saltometro con le canne, un asse di equilibrio e perfino un cavalletto, il tutto con materiale molto rudimentale.

Da quella finestra, in occasione delle fiere, vedevo scrofe seguite da nugoli di tenerissimi maialini rosa guidati dal contadino che, per incitarli a procedere, agitava del granturco in un paniere.

Vedevo qualche studente dei paesini limitrofi che veniva a scuola a Venafro, in bicicletta, con disinvoltura anche sotto la pioggia; vedevo persone che prediligevano le lunghe passeggiate ed erano sempre le stesse, vecchi professori del liceo, coppie di coniugi, qualche coppia di fidanzati più arditi in cerca di un po’ di solitudine! Il grasso postino che veniva a piedi solo per noi, dava un colpo di fischietto da lontano e gli correvo incontro per risparmiargli un pezzo di strada.

E se proprio non passava nessuno, nemmeno un’auto e nemmeno un treno o un carretto di contadini, vedevo un mare di erba, la pioggia, il sole sorgere, la luna tramontare assieme ad Espero.

Sentivo il frinire impazzito delle cicale nei caldissimi meriggi estivi, il profumo dei tigli, i grilli e le raganelle nelle dolci serate primaverili.

In effetti era una casa piccola, scomoda, piena di fumo e di spifferi, freddissima d’inverno, con nugoli di mosche d’estate, perfino priva di corrente elettrica per molti anni, ma era la casa dei sogni, della spensieratezza, della felicità dell’infanzia e delle aspettative dell’adolescenza.

Ora l’hanno rimessa a nuovo, abbellita e originale, dicono! Pare per un ufficio, in mezzo al quartiere cinese dei palazzi e palazzoni. Mi sembra un po’ infelice e quasi a disagio con tutta la sua funzionalità. Ma questo lo penso solo io perché continuo a sognarla come era prima: la pittura esterna, celeste, un po’ sbiadita, il tettuccio in pendenza solo davanti, un balcone pieno di garofani e gigli rossi, una finestra al lato sempre occupata da qualcuno: parenti, ortolani, amiche mie o di mia madre… un portoncino verde sempre aperto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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