VENAFRO – “La guerra uccide anche quando non ammazza”, il monito della maestra Rosaria

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VENAFRO. “La guerra uccide anche quando non ammazza”, questo il titolo dello scritto (autobiografico e da leggere tutto d’un fiato), inviato alla nostra redazione dalla maestra Rosaria Alterio, nostra affezionata lettrice. Trattasi, come la stessa autrice ha sottolineato, di un “rapidissimo flash su tutte le guerre”. Lo pubblichiamo proprio in occasione delle celebrazioni indette a 70 anni da quel tragico 15 marzo del 1944, quando formazioni di aerei alleati bombardarono Venafro per errore, causando 400 vittime (tra le quali 79 inermi cittadini):

Tra i piedi della montagna e la lunga fila delle casette del più alto centro storico di Venafro c’era una ripida stradina sassosa dove una mattina scendeva, con passo lento e regolare, un giovane soldato. La bimba che stava davanti casa, sotto il piccolo pergolato, proprio rasente la stradina, lo guardò incuriosita: non passava nessuno, all’infuori del militare; la bimba stava ciondoloni, non aveva un giocattolo tra le mani, né tanto meno un’amichetta con cui giocare. Il soldato ricambiò lo sguardo e la bimba non distolse il suo.

Non si sentivano in quel momento aerei, né lamenti di sirena. Abituata poi a veder gente correre prima e durante i bombardamenti per mettersi in salvo nel “grottone” sulla montagna, quel silenzio, ora, quella solitudine le sembrarono strani, irreali… In casa c’era solo una vecchia zia che dall’interno e a bassa voce le ordinava di “non guardare” e di rientrare in casa.  – Subito! – incalzava nervosa.

La bimba imperterrita si voltava come un girasole verso il giovane che a sua volta continuava a fissarla mentre i sassolini slittavano quasi con la regolarità del suo passo sotto i pesanti stivali. Poi la zia la rimproverò: – Non si fissano con insistenza le persone! Figuriamoci poi un tedesco! Piccola testarda! –

La bimba aveva fotografato quello sguardo nel suo subconscio e nell’età adulta ogni tanto lo rievocava per esaminarlo: non c’era simpatia in quegli occhi chiari sotto il pesante elmo, ma nemmeno antipatia; non c’era curiosità o nostalgia per una figlioletta lasciata a casa o magari per una sorellina. Non c’era amore, ma nemmeno odio. Era uno sguardo spento.

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