VENAFRO – Il “Mese Mariano” nei ricordi della maestra Rosaria Alterio

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VENAFRO. Si sa che le date, specialmente se si rincorrono con una certa frequenza, sono noiose, ma esse, come diceva un mio professore, sono i “puntelli” della storia.

Ora, pure quelle consuetudini, usanze, modus vivendi propri della tradizione locale che vado di tanto in tanto ricordando e che non hanno ovviamente pretesa o velleità di storia, richiedono una collocazione temporale, anche spesso approssimata, altrimenti oscillerebbero in uno spazio senza tempo. Perciò dal millenovecentoquarantasette, ma sicuramente già da prima, si celebrava a Venafro nella chiesa di San Francesco e nella cappella dell’ospedale del S.S. Rosario il mese mariano, dedicato alla Madonna, per tutto il mese di maggio.

Nel tardo pomeriggio le donne, prima di preparare la cena, e le ragazze e signorine, prima della solita passeggiata sul corso (allora quasi deserto), a braccetto fra di loro, si recavano nella chiesa di San Francesco dove mons. Palumbo celebrava la pia funzione.

Dopo la recita del Rosario e delle Litanie, inginocchiato su un inginocchiatoio di legno, al lume di una candela, leggeva l’”Esempio”, un aneddoto sulla vita di qualche Santo, con riferimenti particolari alla vita della Vergine Maria, invitava poi al “Fioretto”, una piccola privazione da fare nella serata e nel giorno successivo, fino al prossimo “Fioretto”.

Molte si imponevano da sole di non mangiare dolci o ciliegie per tutto il mese di maggio.

Seguiva la recita in coro dei fedeli, di una bellissima preghiera dedicata a Maria (Non l’ho sentita più da allora e l’avevo dimenticata quasi completamente. Ho consultato vecchi libri di Chiesa, chiesto a sacerdoti e religiose, ho fatto consultare perfino INTERNET, ma senza alcun risultato. Poi, hanno giocato in mio favore la pazienza e l’insonnia così parola dopo parola, l’ho ricostruita nella mia memoria).

La trascrivo, se può interessare o solo incuriosire qualcuno.

O Maria

Creatura degli ineffabili disegni dell’Eterno,opera dell’Onnipotenza del Padre, della sapienza del Figlio,dell’amore dello Spirito Sano, chi non ti ama?chi non ti ammira?Hai sul capo di stelle aurea corona, sei ammantata di sole,la luna ti forma, ai piedi,nobile sgabello. Iddio operò cose grandi in Te: ti elevò a Madre dell’Unigenito suo Figlio; colui stesso che ti ha creata, si riposò nel tuo seno. Deh! Dal trono ove siedi Regina,volgi lo sguardo sopra di noi,stendici sul capo il tuo manto azzurro, chiudici nel tuo medesimo amore. A Te consacriamo di continuo i cantici più belli, le canzoni più care di questo mese. Ti esalteremo sulle nostre arpe d’amore e Tu siici Madre, in vita e in morte. Amen.

Qualche ragazzo di “buona volontà” potrà leggerla a una nonna che se abitava nei paraggi di quella chiesa la frequentava anche durante questo mese.

Il nipote scoprirà la nonna ripeterla trasognata tra sé, a fior di labbra. E le avrà regalato un momento di dolcezza.

Alla fine di ogni “Esempio”, o nel contesto di altre preghiere, Mons. Palumbo ripeteva ogni sera, con voce severa, quasi un po’ lugubre, la stessa frase: “Finisce tutto, finisce presto, l’Eternità non finisce mai!” All’udirlo provavo sempre un leggero brivido.

Seguiva la Benedizione del Santissimo Sacramento e “uno dei cantici più belli” concludeva la “Funzione”.

Erano cinque o sei i cantici “più belli” che si ripetevano di volta in volta, poi sono caduti anch’essi nell’oblio, sopraffatti da canti nuovi che nessuno conosce. Ben vengano chitarre, tastiere, cori…, ma quando si sente all’improvviso, anche se sempre più raramente: “Dall’Aurora tu sorgi più bella, coi tuoi raggi fai lieta la terra…” si prova ancora un piccolo tuffo al cuore. (Questo naturalmente è riferito ai “vecchi” ma io continuo a non vedere “vecchi”, o anziani, che dir si voglia, intorno a me, ma solo bambini cresciuti troppo in fretta). Quindi, inebriate dal profumo intenso delle rose, dei gigli che ornavano con dolce abbondanza l’altare, frammisto a quello dell’incenso, le ragazze, “tornate bruscamente sulla terra” si dirigevano al Bar di Concetta, a Porta Nuova, a comprarsi un gelato al limone che la proprietaria preparava con le sue mani e lo passava nelle nostre con la grazia e il sorriso di chi offre un fiore. Quel gelatino, pensate, costava solo dieci lire!

L’”Offerta al Cuore immacolato di Maria” concludeva la celebrazione del mese mariano.

Una bambina che aveva fatto la prima comunione quell’anno, l’ultima sera di maggio, nella nuvola del suo vestitino bianco, simile a una piccola sposa, veniva sollevata su un tavolino ai piedi dell’altare e recitava l’”Offerta” del proprio cuore e di quello dei compagni alla Madre di Dio. Ogni anno il testo era diverso nella forma perché la maestra che ne era l’autrice, Emma Morganti, donna dai molteplici interessi, severa e appassionata della scuola, non usava, né amava ripetersi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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