VENAFRO – Pochi sanno che gli inni dedicati a San Nicandro sono quattro

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VENAFRO. Anche se nel cuore dei venafrani ne è entrato uno solo, quello ripetutamente intonato nel corso delle processioni dedicate al Patrono, gli “inni di San Nicandro” sono ben quattro. Ce lo conferma, in questo suo interessante contributo, il collega Tonino Atella:

Settimana di vigilia delle feste patronali venafrane, dette comunemente Festa di San Nicandro (16/18 giugno), e la città è tutto un fermento di avvenimenti, fatti e personaggi storici legati a tale appuntamento, certamente il più importante dell’anno per la comunità del posto. Tanto cioè in pentola in questo particolare periodo ed ognuno cerca di offrire il proprio contributo di idee e conoscenze per riempire l’attesa e magnificare l’evento ormai alle porte. Tra le diverse questioni al centro del dibattito popolare, ci soffermiamo in questa sede su alcuni aspetti specifici della ricorrenza festiva : la scoperta del sarcofago coi resti mortali del Patrono San Nicandro, la stesura nel corso del tempo di diversi inni celebrativi dei Santi Martiri della città e l’importanza della Santa Manna alla luce di prodigi e guarigioni miracolose riconducibili al liquido che si raccoglie in un pozzetto a ridosso del Sarcofago del Santo Patrono. Chi per primo rinvenne i resti mortali di San Nicandro, quando avvenne e perché lo si fece ? Siamo sulla fine del secondo decennio del secolo scorso, esattamente nel 1929/30, e a Venafro tanto il mondo della Chiesa locale che la popolazione poco credevano nella presenza dei resti mortali dei Santi Martiri Nicandro, Marciano e Daria nella cripta sottostante la Basilica di San Nicandro. Circolava tanto scetticismo, anche nelle alte sfere ecclesiastiche, sicché il Guardiano dell’epoca del Convento di San Nicandro nonché Superiore dell’attigua Basilica, P. Leone da S. Giovanni Rotondo, d’intesa con un confratello dello stesso convento e senza avvertirne le autorità ecclesiastiche ossia senza chiedere alcuna autorizzazione, per 40 notti consecutive prese a scavare sotto la Cripta, riuscendo finalmente a rinvenire prima una sepoltura, che bucò su un lato (foro tuttora visibile) per introdurvi un braccio e toccare un osso lungo, probabilmente della gamba, e poi altre due a lato. Fu quella la prova tangibile dell’esistenza delle sepolture dei Santi Martiri di Venafro sotto la Basilica eretta secoli dopo in loro onore, smentendo così scettici e miscredenti. Il Sarcofago principale venne individuato come quello di San Nicandro e non più intaccato dopo il citato foro laterale per una sommaria ispezione dall’esterno ; gli altri a lato sulla sinistra come quelli possibili di San Marciano e Santa Daria. Aperti questi ultimi, al loro interno furono rinvenute molte ossa umane che vennero composte in una cassetta murata nuovamente là dove erano state rinvenute le due sepolture, ossia sulla sinistra del sarcofago di San Nicandro. Una croce sulla parete di sinistra della cripta ricorda il punto esatto di tali rinvenimenti e là dove continuano ad essere custoditi i resti mortali. Ci furono sviluppi e conseguenze per gli scavi notturni dei due Frati non autorizzati ? Innanzitutto a loro va il grosso merito di aver “inchiodato” scettici e miscredenti del posto circa la presenza delle sepolture dei Martiri nel sottosuolo della Basilica, sancendo così definitivamente i principi portanti del Cristianesimo e della fede a Venafro. Dovettero però subire anche precise conseguenze, essendosi adoperati senza le prescritte e superiori autorizzazioni : vennero convocati a Roma presso la Santa Sede per dare conto e spiegazioni del loro comportamento, dopodiché furono trasferiti in altri Conventi ! E’ purtroppo il destino ricorrente delle persone oneste e di chi ricerca la verità. Passiamo agli Inni. Nel corso dei tempi ne sono stati scritti e musicati ben quattro, ma solo di due si conoscono autori e musicisti, mentre degli altri sono sconosciuti i loro estensori. Del primo di cui si ha notizia, “A Voi, chiari campioni di fede … “, non si hanno informazioni dell’autore e del tempo della sua stesura ; comunque non ha avuto seguito, cadendo nel dimenticatoio. Il secondo, “Rite vos, cives, celebrent Venafri …” (Trad. : Inni di lode a Voi Venafro appresti …),  è l’inno che viene cantato tuttora nelle celebrazioni liturgiche e paraliturgiche, ed è perciò praticato. Il terzo, “Il Ciel vi aprì le porte …”, è anch’esso di autore sconosciuto, non se ne conosce l’epoca della stesura né ha avuto seguito nella tradizione popolare. C’é quindi La Litania, “Sancte Nicander, intercede pro nobis …”, la più antica in onore dei SS. Martiri di cui riferisce Geronimo De Rubeis. Ed eccoci al rinomatissimo, bellissimo e più volte cantato in coro da cento, mille persone nel corso della processione conclusiva notturna del 18 giugno, “Sciogliam di lode un cantico …”. E’ l’Inno della tradizione, l’Inno rimasto nel cuore dei venafrani ! I versi sono del poeta venafrano Raffaele Atella, la musica di Domenico Criscuolo. Non c’è un solo venafrano d’ogni età, d’ambo i sessi e di tutte le estrazioni sociali che non lo sappia e non lo canti a memoria ! Le raccomandazioni scritte in calce alla partitura musicale originale del primo ‘900 : “Quest’Inno dev’essere insegnato e cantato tutto all’unisono per evitare sconcordanze, mentre l’istrumentale metterà l’armonia dovuta, e si canteranno tutte le sole note di sotto, mentre un istrumento qualunque, come una tromba in Si/be molle, o un clarino, come un mandolino, suonerà le note con le codine di sopra ove sono a doppie, o che non si cantano, specie quelle del ritornello”. Chiudiamo questa insolita “passeggiata” nella storia delle origini delle fede cristiana a Venafro con tutto quanto attiene la Santa Manna. Non si tratta della Santa Manna biblica degli Ebrei prodotta dal tamarisco, sostanza mielosa di grandezza variabile, bensì della cosiddetta “Manna dei Venafrani”, un liquido (subito dopo si accennerà alla sua natura, ancora tutta da decifrare) che non proviene da alcun albero, ma piuttosto -é la plurisecolare fede e la tradizione popolare ad attestarlo- “miracolosamente dai resti mortali dei SS. Martiri Nicandro, Marciano e Daria, raccolti nella grande cassa di pietra collocata sotto l’Altare Maggiore della Basilica. Della sua realtà non sono mai mancate le testimonianze nel corso dei secoli”, scriveva Mons. Giulio Testa nel suo “Venafro nella Storia, secondo volume”, così come non sono mancati prodigi e miracoli riconducibili alla Santa Manna ed attestati dai tantissimi “voti” esposti sino a qualche decennio addietro nel chiostro del Convento dei Padri Cappuccini a dire appunto delle qualità miracolose del liquido. Questo, e qui sta una prima manifestazione inspiegabile del fenomeno, si raccoglie nei periodi più impensabili ed inattesi in una pietra concava posta sul fondo del pozzetto a ridosso del Sarcofago del Santo Patrono, pietra non collegata ad alcuna condotta idrica ! La sua presenza, secondo i cristiani di Venafro, attesta la vicinanza ed il sostegno del Santo Patrono alla città e ai venafrani. La sua assenza, se persistente e duratura, sta a significare che il popolo locale deve meritare il proprio Santo Patrono con ben altre opere ed esempi di vita. Qual’è la sua natura ? Ufficialmente resta da accertare, anche se a prima vista la si definisce acqua. Decenni addietro, l’allora Vescovo d’Isernia/Venafro, Mons. Palmerini, decise di farne arrivare una minima quantità ad un laboratorio di analisi partenopeo diretto da un primario suo amico perché ne analizzasse natura, componenti e qualità. Trascorso qualche giorno, una telefonata raggiunse il Vescovo diocesano d’Isernia/Venafro. Era il primario del laboratorio di analisi napoletano che chiedeva al Pastore Diocesano, “Ma cos’è questo liquido che mi hai mandato ? Purtroppo non possiamo completare analisi ed accertamenti, dato il ridotto quantitativo pervenutoci. Restiamo in attesa di un nuovo e più abbondante inoltro della sostanza”. Da allora però la chiesa ufficiale d’Isernia/Venafro non ha più provveduto a dare seguito ad alcun tipo di analisi ! La tradizione popolare al riguardo della Santa Manna di Venafro, tuttora richiesta per malati e persone affette da particolari patologie, racconta che una giovane contadina decenni addietro, assalita dal gran caldo estivo, raggiunse la Basilica di San Nicandro ed avuta tra le mani la Manna, la usò come fosse acqua immergendovi le mani e rinfrescandosi il viso. Una sua coetanea la guardò e impaurita esclamò : “Che hai fatto ? Hai tutto il volto ricoperto di sangue !”. La giovane, allarmata, corse a guardarsi ad uno specchio e vide appunto il proprio volto tutta una maschera di sangue ! Prodigio o fatto naturale dovuto, ad esempio, a graffi casuali ? Ognuno tragga le conclusioni che crede. Nel frattempo la Festa di San Nicandro 2014 si avvicina.

 

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