VENAFRO – Il giornalista/critico Fulvio Castellani intervista il romanziere Vincenzo Vallone

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VENAFRO. Di Vincenzo Vallone, ex professore di lettere e romanziere di fama nazionale, ci siamo già occupati nel recente passato da queste stesse colonne. In questa circostanza ben volentieri ospitiamo l’intervista che gli ha dedicato il noto giornalista/critico Fulvio Castellani.

D: Lei scrive romanzi e poesie, si occupa di critica letteraria e di saggistica, ma cos’è che La coinvolge maggiormente e Le dà più soddisfazione?

R: Senz’altro il romanzo. In questo tipo di esposizione letteraria, a lungo respiro, in cui si intrecciano fatti ed avvenimenti di tanti personaggi, mi ha sempre affascinato e mi affascina  in modo coinvolgente. Nel romanzo rivive una storia, un ambiente, un’epoca e tutto ciò non solo lo trovo meraviglioso e stimolante, ma soprattutto interessante come insegnamento di vita. Nelle sue pagine rivivono personaggi che puoi amare o odiare, perché essi diventano vivi sotto la penna del narratore.Per quello che riguarda la poesia  è una forma di estrema sensibilità che mi può prendere in alcuni momenti, fino a commuovermi, ma certamente non mi dà quella robustezza espressiva che vedo nel narrato; è come se essa attraverso la sua rima, la strofa e il tipo di componimento imprigionasse le mia libertà. E’ vero, vi è il verso libero, ma facendo una scelta preferisco un commovente passo di prosa. Per la critica letteraria è stato un po’ il mio lavoro da professore di licei. Essa è diventata un po’ come il pane quotidiano e quando la impartivo capivo che più andavo a fondo di essa, più il discente era attento ed interessato. Il saggio fa un po’ parte della critica e come tale l’ho trattato.

D: Di recente ha riportato all’attenzione   degli addetti ai lavori, e non solo, la poesia crepuscolare. C’è un motivo che L’ha spinta ad occuparsi dei vari Guido Gozzano, Sergio Corazzini, Marino Moretti, Corrado Govoni, Aldo Palazzeschi …? E chi di loro si avvicina di più al Suo modo  di pensare e considera più moderno? Perché?

R: Veramente per rispondere a questa domanda dovrei leggerLe tutto il mio saggio critico su i Crepuscolari. Tuttavia Le posso dire che il mio interesse su i Crepuscolari è nato perché la loro poesia l’ho trovata autentica. Essa, nella propria semplicità, mette a nudo l’angoscia dell’uomo, l’amore di un mondo perduto, e il desiderio di una pace che mai troveranno. Aspirazione questa ultima di ogni uomo. La stessa denuncia contro i rumori di un mondo e di personaggi che, spesso ingiustamente diventano dei miti, è una realtà che tutt’oggi ci investe e ci condiziona. Sotto questo aspetto vi è la loro modernità. Il loro pensiero diventa toccante allorquando ognuno di noi si rende conto che quell’affannarsi durante tutta l’ esistenza, non è servito a niente. Se si pensa bene le idee semplici e i versi ancor più semplici hanno la facoltà di analizzare  l’esistenza dell’uomo e dargliene una ragione. Mi chiede chi di loro è più vicino al mio modo di pensare: senz’altro Guido Gozzano, in cui scorgo quell’amare ed odiare del proprio vivere.

D:Sarebbe il caso oggi, come oggi,  come hanno fatto  in un certo qual modo i Crepuscolari, di rivalutare la vita quotidiana e i vari aspetti della natura e dell’ambiente in cui ci si dovrebbe sentire, come ha scritto Antonio Crecchia, “in perfetta armonia, vivendola da di dentro, sentendola amica e confidente del disaggio esistenziale”?

R: In fondo è necessario che questa civiltà riveda un po’ il suo modo di vivere, che è uno stress continuo. Finanche i bambini sono stressati,  se non addirittura nascono stressati. Il ritmo infernale del nostro vivere causa mille problemi e più nessuno si sente felice. Quel desiderio di avere, quella passione al consumismo, quell’attendere alle novità di capi vestiari e di nuove tecnologie prostrano l’individuo in una sofferenza continua e inarrestabile.  Sotto questo aspetto non solo è necessario guardarsi dentro, ma è opportuno frenare il ritmo di un mondo che cammina troppo veloce, e che non dà nemmeno il tempo di guardarsi indietro e di interrogarsi. Se questa è la verità, i Crepuscolari avevano ragione ad amare un mondo meno dinamico e coinvolgente. E’ vero essi non potevano immaginare questa civiltà di scoperte continue su tutti i lati, per rendere la vita all’uomo meno faticosa, ma sicuramente non si sarebbero messi contro il progresso sistematico e ragionato.

D: Passando ora a parlare di narrativa, ci può dire a cosa si ispira maggiormente per costruire le Sue storie romanzate, i Suoi personaggi più o meno legati alla storia  e alla contemporaneità?

R: I miei personaggi nascono dalla realtà storica o contemporanea e seguono la sorte che il Caso ha loro assegnato. Questi personaggi, una volta che diventano “miei” seguono un percorso tra realtà ed immaginario, ma che poi diventano tutti verosimili. E’ stato detto da più cretici che miei personaggi si possono trovare lungo la strada, nel vicinato o di averli conosciuti in altro momento. In quanto all’ispirazione in me non ve ne è una sola. La verità è che i miei romanzi, nessuno somiglia all’altro. Sembrano addirittura di autori diversi. Ciò succede perché non mi ripeto mai e le storie sono così diverse per tempo, personaggi e luoghi. L’unica cosa che li unisce è la forma, lo stile, d’altra parte quest’ultima è il contrassegno di ogni autore che ha un suo proprio modo di raccontare.

D: C’è un romanzo, fra quelli che fin qui ha pubblicato, che considera più Suo, più legato al Suo affettivo modo di pensare e di concepire la vita?

R: E’ una domanda a cui non saprei rispondere,  mi è difficile fare una scelta. Per spiegarmi meglio è come se si dicesse ad una mamma:  “a quale figlio vuole più bene”. Non saprei davvero fare una scelta. Pietrabianca mi è cara come un tempo che non c’è più e i protagonisti ancora li rivivo. Per sempre Filantropia  è l’amore alla giustizia e contro un mondo di corruzione. L’ombra di Agata mi vive nelle vene e l’aria di mistero mi coinvolge e mi fa sognare ancora l’ambiente con i suoi anomali personaggi, Sensazione è il tormento di un momento particolare della vita, che ogni uomo si trova a vivere e i suoi paesaggi e le sue meditazione mi frullano ancora nella mente. Così sono le altre opere, comprese quelle inedite. Ripeto, non saprei davvero chi scegliere, ed ogni tentativo che potrei fare nel privilegiare un’opera, rispetto alle altre, mi pare di commettere una forzatura su me stesso.

D: Perché, come ha scritto in calce al romanzo “Sensazione” “La verità come la fantasia per me sono entrambe divine”?

R: Perché fanno parte dell’uomo, dell’essere persona che vive la sua realtà, ma che  pensa anche e creare un suo mondo nella massima libertà. La realtà è infinita come la fantasia e nessuno può ostacolare questo processo del vivere umano. Per tale ragione sono due componenti del vivere dell’uomo che sono legate a lui in ogni momento del suo esistere. Non vi sarà mai brutalità di ogni genere, da quella politica a quella delinquenziale per potere arginare  la realtà e la fantasia. Per tutte queste ragioni ed altre che non dico, ma che ognuno può immaginarle, sono divine.

D: Crede nel futuro della poesia, visto che, come ha affermato Alfonso Berardinelli in una intervista apparsa sulla rivista “Pagine”, “La poesia è poco realizzata” e “non  è al centro della cultura letteraria: è marginale, è una ramificazione secondaria” …?

R:Credo che la poesia nel prossimo futuro avrà vita dura, come del resto è stato  dalla sua nascita, basti pensare a come i Latini pensavano di essa “ Carmena non dant panem”. Constato che le nuove generazioni pensano più ai soldi che ai sogni mi pare che il gioco è fatto. Le posso dire di una ragazza mentre spiegavo un passo della “Signorina felicita”  ove diceva: “ Una stella!…Tre stelle!…Quattro stelle!… Cinque stelle! Non sembra di sognare?… Che cosa osservò l’alunna? “ Professore, ma dai, Le pare che è ancora tempo di guardare le stelle”?  Mi sembra di aver detto tutto.  Comunque son certo: non vi sarà più un mercato della poesia, anche se tanti uomini e donne, con la loro sensibilità e delicatezza di cuore, continueranno a scriverla. Solo sotto questo aspetto essa non morirà mai. Tornando a Berardinelli credo che abbia ragione, anche se sono da spiegare tante altre cause.

D: Un’ultima cosa: qual è il “sapore amaro” del suo inchiostro?

R:  Il sapore amaro del mio inchiostro? E’ come dice La letteratura Italiana  Vol.3Tomo primo pag. 455 di Attalienti – Magliozzi – Cotroneo, “ Per indifferenza di una editoria partitica e sonnacchiosa, arriva solo adesso  sulla scena letteraria italiana…” Gli editori italiani, quelli che contano, non prendono in considerazione gli esordienti e pochi di quelli affermati, salvo eccezioni, mentre danno largo spazio agli autori stranieri, a comici, a calciatori e a veline. L’amaro sapore  sono le “sudate carte” e la scarsa riconoscenza, ma io, rispetto alla massa posso chiamarmi fortunato, perché pubblico con la media editoria.

 

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