VENAFRO – Sul settimanale “Panorama”, Massimo D’Andrea e quei “mutui agevolati” per la casa di Renzi

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VENAFRO. C’è lo “zampino” del tecnico venafrano Massimo D’Andrea (ripetutamente balzato agli onori delle cronache nazionali per aver letteralmente “demolito” Antonio Di Pietro e portato alla luce le “fortune immobiliari” di altri discussi big della politica nazionale, tra cui l’ex ministro Cancellieri e lo stesso Beppe Grillo), nell’interessante e circostanziato articolo di Antonio Rossitto, intitolato “Quei mutui agevolati per la casa di Renzi”, pubblicato sul settimanale “Panorama” (in edicola proprio in questi giorni).

Un pezzo che vale la pena di leggere:

Un tornante dopo l’altro, la villa gialla sbuca dietro l’ennesima curva della provinciale che porta da Rignano sull’Arno a Pontassieve. Per arrivarci, bisogna prima imbucare una sconnessa stradina di campagna, in direzione Torri. Poi cominciare a scalare il pendio, fino alla cima della collina. La sghemba costruzione in cui vivono Tiziano Renzi e la moglie Laura Bovoli si trova lassù, circondata da campagne senza pretese, con i mezzi agricoli piantati in mezzo a trascurati fazzoletti di terra.

In questi giorni, le ampie vetrate a specchio della casa a due piani nascondono ombre e patemi. Il padre del premier è indagato dalla Procura di Genova per bancarotta fraudolenta. I magistrati stanno verificando lo strano caso della Chil post: l’azienda di famiglia ceduta nell’ottobre del 2010 a Gianfranco Massone, padre ultrasettantenne di un ex socio d’affari dei coniugi, e naufragata a febbraio del 2013 in un mare di dubbi. E soprattutto di debiti: tra cui spicca quello di mezzo milione con la Banca di Credito cooperativo di Pontassieve, guidata da Matteo Spanò, amico d’infanzia del presidente del consiglio. Prestito che, per i magistrati, potrebbe essere stato affidato e gestito con rara indulgenza.

Una benevolenza creditizia che i Renzi hanno avuto la sorte di incontrare pure nel campo immobiliare. In particolare, proprio nel caso dell’acquisto della villa gialla di Torri: rilevata dalla madre nel 2005, oggetto di un generoso credito un mese dopo, infine ceduta ai figli, che nel 2012 stipulano un nuovo mutuo da 1,3 milioni per un bene già ipotecato. Sullo sfondo, comunanze politiche e storiche amicizie potrebbero aver agevolato questi affari di famiglia.

La villa gialla di Torri, dunque. Viene acquistata da Laura Bovoli l’11 settembre del 2005. Quel giorno, la donna compare di fronte al notaio Claudio Barnini. E’ il professionista di fiducia a cui si rivolgono i Renzi da qualche lustro per questioni personali o aziendali. Bovoli,  già proprietaria di un sesto del fabbricato, acquista da tre fratelli, due sorelle e la madre le rispettive quote: il prezzo, dettaglia il documento, numero di repertorio 252.374, «convenuto in complessivi euro 152 mila, è stato pagato prima e al di fuori del presente atto». Il valore complessivo della casa, comprese le quote della madre di Renzi, è quindi di circa 180 mila euro.

L’affare sembra dunque concluso: una banale transazione tra familiari, eredi dello stesso bene. È invece solo l’inizio di una storia che diventerà negli anni sempre più ingarbugliata e sbalorditiva. Due settimane più tardi, il 27 novembre 2005, Bovoli, chiede un mutuo della durata di nove anni. Le viene accordato, nonostante i parenti siano stati già ricompensati «prima e al di fuori» dell’atto. Ma ancora più sorprendente è l’importo accordato all’imprenditrice: 900 mila euro, sei volte quanto le è costata l’agognata villa. Il prestito viene concesso dalla Banca di credito cooperativo di Signa. A garanzia è iscritta un’ipoteca di 1,8 milioni di euro. All’epoca Matteo Renzi è presidente della Provincia. Proprio la sua giunta, il 23 marzo 2005, nomina il nuovo presidente del cda dell’Agenzia fiorentina per l’energia. La scelta cade su Domizio Moretti, presidente della Bcc di Signa: l’istituto che otto mesi prima ha elargito il finanziamento. Ma anche il direttore generale della banca, Renzo Paoletti, non è avulso alla politica. E’ conosciuto come manager molto legato alla Margherita, tanto che i giornali scrivono di una sua candidatura, poi sfumata, a sindaco di Lastra a Signa nell’ottobre del 2003. Periodo in cui segretario provinciale del partito è un giovane che si farà: Matteo Renzi. Parte dei soldi ottenuti con il generoso mutuo vengono comunque usati per ristrutturare e ampliare la casa, nel 2006 e 2010: i vani passano da 12,5 a 16,5.

La tormentata storia catastale della villa gialla di Torri però non è finita. L’ultimo colpo di scena arriva il 6 novembre del 2012. A cedere la costruzione, stavolta, è Laura Bovoli. Gli acquirenti, invece, sono i figli: Matteo, Samuele, Matilde e Benedetta. Il prezzo, rispetto al 2005, lievita ancora: 1,3 milioni di euro. L’atto viene firmato a Firenze, dal solito Barnini, tra la «parte venditrice Bovoli Laura» e «la parte acquirente Renzi Tiziano». Il docum     spiega l’arcano. Il padre del primo ministro figura «nella sua qualità di procuratore speciale» dei quattro figli. Che, nell’occasione, si tengono lontano dallo studio notarile. A partire dal fratello più illustre: Matteo Renzi. L’allora sindaco di Firenze non si scomoda. La mattina del 9 ottobre 2012 Barnini va a a Palazzo Vecchio, sede del comune, per sancire la delega di Matteo Renzi a suo padre: «Affinché in suo nome, conto e vece acquisti per un prezzo non superiore a 325 mila euro».

Il fratello e le sorelle del premier si sobbarcano un importo analogo: ognuno compra un quarto della magione. Ma non ne avranno la disponibilità. Né potranno venderlo. «La signora Bovoli Laura si riserva l’usufrutto generale vitalizio in ragione della quota di dieci centesimi» dettaglia infatti l’atto del 6 novembre 2011. Un diritto che, ovviamente, influisce pure sul valore della casa. Che le agenzie immobiliari di Rignano sull’Arno non si sottraggono però dal quantificare. «Torri non è certo un’area di particolare pregio…» assicura un dipendente di un franchising del centro. La conferma arriva in un’altra agenzia non distante. Davanti al cronista che si dichiara folgorato dalla zona, tanto da cercare un buon investimento nei dintorni, la ragazza sgrana gli occhi: «Davvero?». Comunque, la casa dei Renzi la conoscono tutti. E nessun agente della zona si spinge a valutarla, con grande generosità, più di 800 mila euro.

Qualcuno potrebbe eccepire: due anni fa, quando fu (ri)comprata la villa, i prezzi erano più alti. Panorama allora ha chiesto una stima, basata sui valori dell’epoca, a Massimo D’Andrea, l’esperto di immobili che ha svelato per primo gli affari di Antonio Di Pietro con il mattone: «Il più probabile valore di mercato in quel periodo era poco più di 840 mila euro» spiega D’Andrea. «Bisogna però considerare che, nell’atto di vendita, viene specificato che la madre conserva un decimo di usufrutto: diritto che fa diminuire il valore di circa 46 mila euro». La valutazione delle agenzie e dell’esperto dunque coincidono: 800 mila euro.

I fratelli Renzi sborsano invece 1,3 milioni di euro: il 60 per cento in più del valore di mercato. Il mutuo stipulato è di pari importo, per 25 anni. La rata mensile complessiva, a tasso variabile, è comunque ragguardevole: 7.400 euro, 1.851 euro a figlio. Il finanziamento di 1,3 milioni stavolta è accordato da due banche. Che iscrivono un’altra e più onerosa ipoteca sulla casa: 2,6 milioni di euro. Un’ipoteca di secondo grado, dunque: una garanzia che normalmente non permette di ottenere alcun affidamento. Soprattutto di una certa entità.

Forse anche per questo, il prestito da 1,3 milioni viene concesso da due crediti cooperativi, ognuno per 650 mila euro: a quello di Signa, stavolta si affianca l’Impruneta. Che annovera tra i soci più influenti Marco Carrai: amico, consiglieri, finanziatore del premier, già noto alle cronache per aver ospitato Renzi da marzo 2011 al febbraio 2014 in un attico nel centro a Firenze, in via Alfani, dove l’allora sindaco aveva spostato la residenza. Un rapporto quasi fraterno, tanto che il primo ministro, lo scorso 28 settembre, ha fatto da testimone di nozze a Carrai.

L’imprenditore di Greve in Chianti è uomo di relazioni, che ama collezionare potere e incarichi. Il ruolo che ricopre nell’istituto non l’ha mai nascosto. Ne dà notizia anche il suo curriculum sul sito degli Aeroporti di Firenze, società che presiede dal maggio del 2013: «È socio della Bcc di Impruneta». Carica a cui evidentemente deve tenere molto. Chiediamo allora lumi alla banca. Per telefono, piuttosto infastiditi, confermano la circostanza. Impossibile però sapere quanto conti Carrai. «Più delle quote importano i quattrini» spiega a Panorama un ex dirigente del credito cooperativo toscano. «E all’Impruneta di soldi i Carrai ne hanno messi tanti».

Magari è solo un’altra coincidenza. Ma su alcuni dei robusti prestiti ai Renzi c’è l’ombra di un amico. Sia per la Chil, finanziata dalla Bcc di Pontassieve, presieduta da Spanò. Che per la casa di Torri, passata da un familiare all’altro, a prezzi sempre più iperbolici, supportati da mutui inusuali, con un ipoteca che si accavalla sull’altra. «Bisogna che le nostre banche tirino fuori il denaro e corrano il rischio» diceva qualche settimana fa Matteo Renzi. Esattamente come hanno fatto per quella villa gialla in cima alla collina.

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