VENAFRO – Il “Carnevale della Follia” della maestra Rosaria Alterio

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VENAFRO – Nell’immediato dopoguerra la gente aveva bisogno di dimenticare per un attimo gli orrori appena vissuti, i lutti, la fame, l’incertezza del futuro, ed esplose la voglia di continuare, ricominciare, di sperare, di vivere in uno spettacolo musicale, tenuto per strada in occasione del Carnevale del marzo del ’47, intitolato “La follia”. Già il titolo è emblematico perché divertirsi, dopo le atrocità di una guerra doveva essere davvero una follia!

Tra maschere dai costumi ricchi e sfarzosi, cuciti in casa, si faceva largo una bellissima ragazza con un vestito lungo a grosse balze, ricco e vistoso che non si limitava solo a sfilare, ma cantava e ballava, facendosi largo tra le maschere del suo seguito e. spargendo fiori e confetti, coinvolgeva anche la gente che stava a guardare e che la seguiva per tutte le strade di Venafro. Il corteo si arricchiva anche delle altre maschere che si incontrava sul suo percorso.

“Chi vuol vivere sempre bene/ e lontano dalle sventure/ prenda il mondo come viene/ mandi al diavolo le cure. La Follia. Largo largo alla Follia/ alla diva dei banchetti/ largo a lei che per la via/ sparge fiori e dei confetti!/ Visi brutti, visi belli/ vecchi giovani e bambini/ giù levatevi i cappelli/ sprofondatevi in inchini”. Seguirono “Bacco, Tabacco e Venere”. “Il carro trionfale”, “Le gonne corte” (che non erano ancora minigonne).

Queste rappresentazioni, che non è inesatto definire vere e proprie commedie teatrali, si rinnovarono ogni anno, per molti anni. Contemporaneamente la sera del martedì grasso, in piazza Portanuova si svolgeva uno spettacolo originale e improvvisato che aveva per protagonista un venafrano DOC, Antonio Cimorelli. Costui, simpaticissimo e buontempone anche nella vita di tutti i giorni, sarebbe stato un mimo e un attore d’eccezione se ne avesse avuto l’opportunità. Bene, si fermava in piazza a piangere disperatamente la morte del suo “fratone”. Era circondato da amici che, per consolarlo, piangevano anch’essi, contagiati dal suo dolore irrefrenabile. Non avevano travestimenti particolari, solo normalissimi vestiti di tutti i giorni.

Qualche auto che transitava per Portanuova (non c’era ancora la variante per via Colonia Giulia), si soffermava per chiedere cosa fosse successo. -Gli è morto il fratello- lo informava con compunzione sempre qualcuno del seguito, ma si guardava bene dal dirgli che si trattava di Carnevale, e il forestiero di passaggio ripartiva convinto e un pò rattristato da quella notizia.

La sceneggiata continuava fino a mezzanotte quando sopraggiungeva un corteo funebre col “prete”, la Morte, con una grossa falce e una bara con un fantoccio di paglia a misura d’uomo, Carnevale, apuunto, che si dirigeva verso la “pescara” (il laghetto) dove veniva buttato tra urla raccapriccianti. Il “fratello superstite”, se gli amici non lo avessero letteralmente trattenuto, l’avrebbe seguito nell’acqua fredda. Divertimento ingenuo ed efficace che ha conservato un sorriso nel tempo fino a diventare un momento di folklore che ormai ci appartiene.

E intanto il Carnevale si arricchiva di maschere sempre più sofisticate , lustrini, veglioni… Gli antichi Pulcinella, Arlecchino, la fatina e Biancaneve, per bsmbini, sono da anni soppiantati dai personaggi dei cartoni animati in tutta la loro varietà e attualità. Qualche carro allegorico ora sbuca puntualmente dalla Madonnella l’ultimo giorno di Carnevale. C’è qualche festa in parrocchia, tra coriandoli e frappe per cercare di mantenere sano questo divertimento, di contenere almeno la la licenza di poter fare di tutto. Chi disse per primo: -A Carnevale ogni scherzo vale- non prevedeva la cattiva educazione, né le stupide spume bianche spruzzate su persone e auto.

E giacché ci siamo godiamoci il nostro vecchio, semplice e buon Carnevale, rimandiamo per favore Halloween al suo paese, se da noi tale strana ricorrenza significa solo citofoni sfondati, ingressi imbrattati, luci frantumate. Dire vandalismi è inesatto perché quelli, i vandali veri, non avevano la nostra civiltà, la nostra cultura, erano forti e primitivi e nelle loro distruzioni non avevano bisogno né dell’oscurità, né di una maschera. Questa non è certo ammirazione per i vandali! È solo per sottolineare la vigliaccheria, la mediocrità, la mancanza di fantasia con scherzi attuali.

Rosaria Alterio

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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