COSTUME E SOCIETA’ – La maestra Rosaria Alterio racconta gli orti di Venafro, di ieri e di oggi

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COSTUME E SOCIETA’ – Un tempo gli Isernini chiamavano i Venafrani “Trippaverde” perché nell’immediata periferia della nostra città, dalla parte della pianura, prosperavano vasti orti ricchi di verdure in tutte le stagioni: rape, cavoli, porri, cavolfiori, “cime”, sedani, finocchi, ravanelli, peperoncini… nel cuore dell’autunno e dell’inverno. Ricchezza di agli, fave, cipolle, piselli, insalate, carciofi, bietole zucchine… in primavera. Trionfo di pomodori, melanzane, peperoni, cetrioli… in estate. Allora, si parla sempre di sessant’anni fa e passa, gli ortolani non avevano la motozappa, c’era la buona e vecchia vanga che, con l’amica zappa, rivoltava le zolle come nero borotalco.

Non c’erano pozzi artesiani, ma profonde e quasi misteriose vasche, dalle quali gli ortolani convogliavano le fresche acque in canaletti centrali, le “ràsere”, e da qui, scalzi e con una pala di legno azionata a forza di braccia, innalzavano regolari ed iridescenti piogge sulle verdure. Carretti di letame provvedevano invece ad una sana concimazione. In quelle grosse vasche, le cosiddette “fontane”, si lavavano le verdure, si raccoglievano a fascetti, legati con verdi e flessuosi fili di giunco, “iiuge”, e si sistemavano sui carretti che le trasportavano nei paesi limitrofi e in grossi cesti che venivano trasferiti sulle carriole al Mercato, a Portanuova e nei vari crocicchi.

Lo spiazzo all’altezza delle “quattro cannelle”, sulla strada verso Cassino, era un altro strategico punto vendita permanente degli ortolani. Qui, tra l’altro c’era una sosta d’obbligo per le numerose corriere di tutta l’area del Fusinate che portavano i fedeli a Isernia per le festività dei S.S. Cosma e Damiano. Ed era qui che, sul viaggio di ritorno i pellegrini caricavano ingenti quantitativi di ortaggi, in particolare scarole e sedani. Le caratteristiche degli orti erano le “pagliàre”, capanne di paglia, “sprèuta” (ndr).

In botanica è l’aspera spiga-venti: un cereale usato per l’alimentazione del bestiame) dove gli ortolani vivevano di giorno. Erano costruite con strati di questa paglia sostenuti da canne, il tetto appuntito le rendeva simili un po’ a villaggi di strane tribù; il pavimento di terra battuta le rendeva piacevolmente fresche d’estate.

All’interno erano provviste, oltre che degli attrezzi da lavoro, pochi ed essenziali, da altrettante poche ed essenziali suppellettili: una pentola nera all’esterno di fuliggine per il pasto quotidiano, piatti sbrecciati, poche posate infilate nelle canne interne delle “pareti”, assieme a qualche strofinaccio, il pane custodito con rispetto quasi religioso in un cesto. Completavano l’arredamento un pettine e, lusso eccessivo, uno specchietto che inquadrava solo un pezzo di viso.

Per terra, all’entrata, era sempre presente “i muttiglie”, specie di giara di terracotta, munito di un unico beccuccio, dal quale si dissetavano tutti gli addetti ai lavori. Sempre per terra c’era spesso adagiata una culletta di vimini con un bimbo piccolissimo che, “consapevole” quasi dell’urgenza del lavoro della mamma, non piangeva per reclamarne la presenza, guardava invece incuriosito mosche e formiche che gli si fermavano sulle manine, e, attonito, una lucertolina che si aggirava molto vicino. Queste “pagliàre” si rinnovavano ogni tre o quattro anni a seconda della violenza del vento, della durata delle piogge, della neve.

All’esterno si cucinava su un piccolo fuoco e si mangiava sotto la pergola, su una grossa pietra che fungeva da tavolo, mentre pietre più piccole, disposte intorno ad essa, servivano da sedie. Nel solco vicino, dove scorreva l’acqua per innaffiare, giaceva a volte una bottiglia di vino in fresco. Accanto alla “pagliàra” c’era e non mancava quasi mai un pollaio, come non mancavano rose, dalie, zinnie, che servivano, raccolte in caratteristici mazzi, per qualche rara festività e per ornare abbondantemente le bellissime chiese di Venafro. Lunghi filari di crisantemi e “fiocchi di cardinale” servivano invece esclusivamente per il cimitero durante tutto il mese di novembre. Le “pagliàre” servivano anche da rifugio per parenti ed amici durante e dopo qualche scossa di terremoto, perché la Protezione civile e le roulottes erano allora solo sulla dirittura di arrivo. Box di alluminio, caldissimi d’estate e freddi ed umidi d’inverno, hanno soppiantato da tempo le antiche “pagliàre”, concimi chimici hanno mandato in pensione il buon puzzolente letame, pozzi artesiani hanno prosciugato le grandi muschiose vasche… Man mano gran parte di quel terreno destinato agli ortaggi è stato voracemente inghiottito dal cemento ed è venuto a mancare tra l’altro anche il ricambio generazionale di tale attività che stava di per sé già languendo e perdendosi per strada; tuttavia un numero considerevole di orti era rimasto fino a pochi anni fa quando però all’improvviso quei cestoni colmi fino all’inverosimile di verdure, orgoglio colorato e genuino del nostro mercato, sono stati spazzati via con la furia e la violenza di uno tsunami burocratico. Non solo non si è incentivata tale coltura, ma si è arrivati a multare qualche ortolano superstite più ostinato a voler esporre al mercato il suo cestone di variegate colture ortofrutticole.

Alla faccia (mi si perdoni l’espressione) della riscoperta di valori e di antiche usanze di cui tanto si parla e che altrove, anche in località vicinissime a noi, sono rimaste inalterate nel tempo (vedi cipolle, zampogne, coltelli, latticini). Si vede, ora, a ricordo di tale dovizia locale di ortaggi, qualche cesto esposto ai passanti seminascosto, quasi vergognoso, dietro qualche saracinesca di garage, metà dentro, metà fuori… Evidentemente la voglia e la fantasia di aggirare in qualche modo, peraltro molto innocuo, qualche ottusa leggina, per mantenere in vita questa nostra simpatica tradizione, veleggiano lontano dai nostri lidi.

Per non trascurare un minimo di attualità, sempre a proposito degli orti, auguriamoci che una prossima ipotetica asta contempli un target meno restrittivo di quello indetto tempo fa, dove per un cospicuo numero di orti ci fu una sparuta risposta da parte del pubblico. Il requisito essenziale pare che prevedesse un reddito zero e una determinata fascia d’età, ma evidentemente erano zero anche le forze e l’entusiasmo. Un pallido interesse si intravide per qualche orticello nei pressi della propria abitazione. Occorrono invece giovani capaci di guardare in faccia la crisi e combatterla con un lavoro serio, magari di squadra, intraprendendo percorsi di colture biologiche, di cui in questo particolare momento si ha assoluto bisogno, se vogliamo raccogliere inviti da tutte le parti di consumare frutta e verdura. Frutta e verdura che ci vengono propinate da chi? Da dove? Date le circostanze sarebbe forse meglio evitarle!

Non si improvvisa un’attività, d’accordo. Si faranno brevi esperimenti in campi qualificati chiedendo aiuto, oltre che a Internet, anche con umiltà e rispetto a qualche solitario veterano del mestiere. A un ortolano, via! E mentre su tutto il territorio nazionale c’è una riscoperta della coltura dell’orto, perfino sul balcone di casa, da noi che si fa? Vogliamo continuare ad essere sempre un fanalino di coda, rispetto ad altre realtà, anche in qualche eccellenza che avevamo, dopo quella dell’olio? (a proposito perché non si indice qualche asta anche per gli oliveti abbandonati)?

Se coltivava con orgoglio il suo orto la Montalcini perché in definitiva, a parte aste e non aste, non possiamo farlo pure noi, avendone la possibilità, magari rinunciando a una casa grande come un paese, di cui dopo ci si lamenta puntualmente, per destinare più spazio a un orto e a qualche albero in più?

Maestra Rosaria Alterio

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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