VENAFRO – La storia umana e di fede dei Santi Martiri nell’imminenza delle celebrazioni patronali

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VENAFRO – Domenica 17 maggio “ Sant’ Ncandiegl’ “, ossia trenta giorni alla ricorrenza patronale vera e propria della città ; il 16, 17 e 18 giugno i festeggiamenti civili e religiosi in onore dei Santi Martiri Nicandro, Marciano e Daria con massiccia partecipazione popolare, preceduti dall’annuale “Concerto per un Martirio” offerto alla cittadinanza dal movimento “I Venafrani per Venafro” ; in mezzo tante celebrazioni ed altrettanta fede di tutti. In ragione di siffatto interesse che precede ed accompagna gli eventi ormai imminenti, appare opportuno tracciare in breve la storia umana, sociale e di fede dei tre protagonisti, riproponendone provenienza, figure, ruoli sociali ed estremo sacrificio.

Nicandro e Marciano sono soldati dell’esercito romano, nel quale occupano posti di rilievo e responsabilità quali ufficiali ; si vuole che superiore di grado sia Marciano, fratello maggiore. Sono originari della Mesia, l’odierna Bulgaria, e con truppe da loro comandate vengono destinati all’importante Colonia Julia di Venaphrum per riportarne gli abitanti al paganesimo da dove la colonia si era allontanata per il progressivo affermarsi del nuovo credo cristiano. Con Nicandro e Marciano raggiungono Venaphrum anche le rispettive famiglie, ossia Daria che è moglie di Nicandro e Aldina, moglie di Marciano dal quale ha avuto una figlia all’epoca degli avvenimenti di seguito descritti ancora in tenera età. I due fratelli però, che avrebbero dovuto cancellare il cristianesimo, vengono a loro volta affascinati dal nuovo credo e ne restano a tal punto colpiti dal rinunciare a sacrificare agli dei pagani abbracciando in toto il cristianesimo, nonostante gl’inviti perentori di Roma perché tanto facessero e soprattutto perché perseguissero i residenti nella colonia restii a rinnegare il cristianesimo. Daria e Aldina sono anch’esse, anche se in maniera diversa, coinvolte nelle vicende dei rispettivi mariti. Aldina ribadisce in ogni occasione piena appartenenza al paganesimo e cerca in tutti i modi di convincere Marciano ad abbandonare la nuova religione tornando al paganesimo. Per riuscire nell’opera di convincimento del marito si serve anche della figlia in tenerissima età che continuamente propone al padre, ribadendo più volte al consorte l’opportunità della scelta pagana per questioni di carriera militare e quindi socio/economiche. C’é di mezzo la carriera, il futuro e la famiglia -sostiene la coriacea e pagana Aldina- per cui bisogna assolutamente lasciar perdere il cristianesimo ! L’uomo però non l’ascolta, è convinto delle proprie scelte e va avanti deciso. Diversa la situazione familiare di Nicandro. Con Daria non ha figli (da dire comunque che tale figura femminile non è ufficialmente riconosciuta dalla storiografia più accreditata e trova riscontro solo nella leggenda popolare ; il fatto però che la fede in Daria sia tanto diffusa, finisce per diventare storia e come tale accredita alla donna l’effettiva esistenza, cosa di cui i venafrani sono assolutamente convinti !), con Daria Nicandro non ha figli -si diceva- ma può contare sulla piena e convinta fede cristiana della moglie. Questa lo sostiene apertamente nella lotta contro il potere pagano di Roma, lo aiuta a non cedere alle lusinghe che arrivano dall’Urbe, lo fortifica nella fede cristiana e quando si avvicina l’ora del patibolo è vicina a Nicandro e determinata al suo fianco, perché affermi la nuova fede senza tentennamenti e con assoluto coraggio in vista del premio eterno. L’uomo è già convinto di tanto e va verso il patibolo col sorriso sul volto, così come tutti i martiri dell’epoca. Nicandro e Marciano vengono condannati a morte e la loro esecuzione avviene per decapitazione il 17 giugno del 303 d.C. Opinione popolare diffusa vuole che il boia abbia colpito là dove sorge oggi una colonna in pietra sormontata da una croce, eretta secoli dopo sul piazzale della Basilica del Santo Patrono per ricordare il punto esatto del martirio. Identica idea popolare accredita il loro seppellimento nella stessa zona del martirio, in quanto era lì ubicato il cimitero militare dell’epoca, dove appunto spettava riposassero i resti dei due fratelli in quanto ufficiali dell’esercito romano. Anche Daria viene condannata a morte per aver ribadito apertamente la fede cristiana. All’epoca però per le donne non é prevista la decapitazione, pena estrema per gli uomini, e soprattutto il loro martirio avviene di regola successivamente e con metodi diversi. Daria quindi viene martirizzata, ma a distanza di giorni dal marito e dal cognato.

Trascorrono secoli e solo nel 955 viene eretta la Basilica, ovviamente assai diversa dall’attuale, sul luogo del martirio e in ragione della crescente fede popolare dei venafrani e delle popolazioni dell’intero territorio circostante. Il luogo di culto è affidato in custodia ai monaci basiliani, ordine monacale assai diffuso all’epoca e successivamente scomparso. Dei resti mortali dei Martiri non c’è comunque traccia, ma fede e convinzione delle popolazioni del posto sono tali da fortificare sempre più l’idea che in loco siano avvenuti i martirii e come tale bisogna pregare ed aspettare eventi nuovi.

Altre centinaia di anni corrono via fino a quando circa sei secoli orsono la Basilica viene affidata in custodia ai Frati Minori Cappuccini Francescani, l’ordine religioso che attualmente lo cura con tantissimo amore. E coi Cappuccini nell’attiguo Convento si arriva al 1930, quando per la determinazione e l’assoluta convinzione di due religiosi dell’epoca, P. Leone Patrizio e F. Angelantonio Carusillo, ospiti del Convento venafrano, che scavano nottetempo per un lungo periodo e senza preavvisi ed autorizzazioni nel sottosuolo dell’altare principale, viene alla luce il Sarcofago del Patrono, San Nicandro, di cui i due religiosi erano convintissimi di trovar traccia ! Murate sulla destra del Sarcofago sono altresì rintracciate due sepolture, mai comunque portate successivamente alla luce, che si ritiene appartengano a Marciano e Daria. Così come tali sepolture non risultano ufficialmente ispezionate, altrettanto dicasi per il Sarcofago ; in passato, aprendo un piccolo varco su un lato e introducendovi qualcuno (?) a fatica un braccio, sarebbero state toccate ossa che si ritengono umane. Per i venafrani trattasi dei resti del giovane e coraggioso ufficiale dell’esercito romano, Nicandro ! Altri tre anni e nel 1933 l’allora Superiore del Convento e Custode alla Basilica, P. Guglielmo, procede alla sistemazione della Cripta, cui il popolo venafrano conferisce decoro ed accoglienza. Una bellissima gara cittadina di solidarietà fa sì che ognuno a Venafro dia e faccia quanto più possibile per abbellire la Cripta e renderla degna di ospitare i Martiri. Operai, manovali, fabbri, commercianti, artigiani ect. l’aggiustano, l’abbelliscono e tanti sono coloro che si prodigano. Tra questi, due vanno segnalati : il fabbro Nicola Atella, che realizza e dona alla Basilica la particolare struttura di ferro a protezione del Sarcofago, e l’artigiano Arduino Cardines, che con le proprie mani dà forma al lampadario in ferro battuto (diametro ca. 2 mt. e 10 punti/luce) posto al centro della Cripta, illuminandola magnificamente. Oggi la protezione in ferro battuto attorno al Sarcofago realizzata dall’Atella è ancora al suo posto, il lampadario in ferro del Cardines è stato rimosso e sostituito da diversa illuminazione.

Intanto prende corpo una suggestiva convinzione popolare : ossia che la Santa Manna, liquido che si raccoglie inaspettatamente in una pietra concava in fondo ad un pozzetto sottostante l’altare principale della Basilica e a ridosso del Sarcofago senza essere collegata con alcuna rete idrica, abbia qualità miracolose. Il popolo di Venafro e dei centri limitrofi le accredita siffatti poteri superiori, bevendone o  bagnandosi parti del corpo o porgendola ai malati. La fede nella Santa Manna è tanta e crescente che i devoti in continuazione, quando ce n’é …, ne chiedono ai Frati Cappuccini che volentieri la distribuiscono. La Santa Manna diventa così una realtà costante nella fede popolare e nei comportamenti quotidiani. Ne sono testimonianza le centinaia di voti in argento, oro, stoffa, legno, ricami ed altri materiali che i fedeli fanno realizzare e donano al Convento per le guarigioni ricevute che in tanti definiscono “miracoli” e per la loro esposizione nel porticato conventuale come dimostrazione di cultura e di fede nei confronti della Santa Manna e di riflesso dei Santi Martiri. Purtroppo centinaia e centinaia di tali voti sono stati oggi rimossi e riposti da qualche parte, senza che si possano più ammirare ! La Santa Manna intanto continua a suscitare interessi diffusi. Non manca chi, scettico, chiede che si analizzi per accertarne la natura. Non è stato sin’ora fatto dalla Chiesa e con tutta probabilità le cose così resteranno. L’importante per i venafrani, e non solo per loro, che la Santa Manna sia presente in fondo al pozzetto a ridosso del Sarcofago del Patrono a testimoniare -è questa l’opinione diffusa- la vicinanza e l’amore del Santo nei confronti della città e delle opere dei suoi abitanti. Presenza preziosa dunque che dà l’opportunità di attingerne per berne, bagnarsi le labbra e darne ai malati in caso di necessità, giusto come vuole la fede di tutti.

Tornando al passato, personaggi storici importanti hanno visitato e si sono genuflessi dinanzi ai resti mortali dei Santi Martiri di Venafro. Nel 1268 Carlo d’Angiò raggiunge la Basilica di San Nicandro alla vigilia della battaglia di Benevento, prostrandosi dinanzi all’altare della Cripta allora esistente. Papa Nicola IV nel novembre del 1290 concede indulgenza plenaria a quanti visitano la chiesa, il che testimonia l’assoluta importanza nel corso dei secoli di tale luogo di culto.

Tra fine ‘800 ed inizio del secolo scorso si hanno invece interventi sostanziosi nella Basilica,  con l’ordine dei Frati Minori Cappuccini che l’ha un custodia che si distingue nella realizzazione del magnifico ed imponente altare ligneo centrale. In effetti gli stessi Frati nei luoghi di culto loro affidati sono soliti occuparsi degli allestimenti degli altari, cosa avvenuta anche a Venafro dove l’Ordine con propri religiosi mette mano e realizza l’altare ligneo principale che oggi domina la Basilica ed al cui interno è situato l’artistico tabernacolo. Giusto anni addietro lo stesso altare, intaccato dall’inesorabile trascorrere del tempo, è stato oggetto di cure e restauri da parte di un professionale studio tarantino, costituito da giovani ed affidabilissimi restauratori che ne hanno rilanciato e fatto emergere tutta la suggestione e la storia cristiana che racconta. In alto è raffigurato San Michele, ai lati statue lignee di monaci, quindi affreschi sacri tutt’intorno al tabernacolo e al centro la magnifica pala realizzata tra ‘700 ed ‘800 dal pittore olandese Dirk Hendrickz, italianizzato in Teodoro d’Errico, che raffigura al  centro in alto la Vergine col Bambino, e in basso San Francesco e i Santi Martiri Nicandro e Marciano in atto di adorazione. Manca Santa Daria ! Spiegazioni ufficiali mai nessuno le ha date. E’ perciò solo possibile pensare che non essendo secoli addietro la figura di tale donna Martire ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa, si ritenne di ossequiare l’ufficialità omettendo di rappresentare nella tela anche Santa Daria. I venafrani sono oggi convinti e determinati a tutt’altro, e venerano Santa Daria alla pari del marito San Nicandro e del cognato San Marciano, ritenendoli appunto i Santi Martiri della Città.

L’attualità della fede popolare si estrinseca in momenti particolari ed eventi unici. Da segnalare al riguardo l’Opera di San Nicandro, antico dramma sacro su vita, messaggi ed estremo sacrificio dei Santi Martiri attraverso la narrazione scenica della loro esistenza terrena. Trattasi di lavoro teatrale proposto nella settimana precedente il trittico festivo di metà giugno ed inteso come avvicinamento e preparazione spirituale a tali celebrazioni patronali, in maniera da vivere queste ultime con la devozione, la partecipazione e la fede dovute. Viene allestito da ambo sessi di Venafro di ogni età nel centro storico cittadino, in prevalenza sulla suggestiva piazzetta dell’Annunziata servendosi come ambientazione degli esterni, della scalinata d’ingresso e del sagrato dello stesso luogo di culto, luoghi mai più propizi per siffatta rappresentazione, e proposto alla collettività con cadenze periodiche, in genere triennali. Il culmine di tanta intensa e diffusa fede popolare della città è rappresentato dalla solenne processione conclusiva del 18 giugno quando, intorno alle 20,30 e subito dopo l’effettuazione dell’asta popolare sul piazzale del luogo di culto dedicato al Santo Patrono per l’aggiudicazione di statue, reliquie ed arredi sacri da portare nel corso del rito successivo, i simulacri e le reliquie dei Santi Martiri escono dalla Basilica per attraversare a spalla molti quartieri dell’abitato cittadino prima di far rientro all’Annunziata da dove erano stati prelevati dal popolo due giorni prima, il 16 giugno. Il rito, che inizia col canto corale dell’Inno “Sciogliam di lode un cantico …” sull’affollato piazzale della Basilica, canto che verrà ripetuto tante volte nel corso della processione, vede portati a spalla la Testa reliquario di San Nicandro, le Reliquie di Santa Daria (trattasi di reliquie prese dalle catacombe dei martiri cristiani dell’antica Roma, dalla Chiesa battezzate quali reliquie di Santa Daria e da allora riconosciute tali dalla popolazione venafrana) ed il veneratissimo Busto argenteo del Patrono, San Nicandro, rifatto dopo il furto del sorridente esemplare originale della Scuola Orafa Napoletana del ‘600. E il simulacro che ricordi San Marciano, chiederete ? Non c’è, Venafro non ne dispone ! Anni addietro un gruppo di volenterosi cittadini si attivò per avviarne la realizzazione, chiese udienza e s’incontrò con l’allora Mons. Visco, Vescovo d’Isernia/Venafro, che elogiò idea ed iniziativa definendole “lodevoli e da portare avanti”. I primi impegni successivi furono positivi e la gente di Venafro sposò la causa condividendone le finalità, ma subito dopo intervennero fatti e personaggi che finirono per bloccare il tutto sino ad affossarlo definitivamente. Qualcuno asserì, “meglio lasciar perdere, ci sarebbero troppe statue da portare in processione !”, altri “vediamo di più la realizzazione di un mezzo busto in pietra da collocare in un luogo o in un giardino pubblico !”. Un gran peccato siffatti strani ed incomprensibili atteggiamenti, perché appariva ed appare giusto a molti che il popolo di Venafro disponga e metta in spalla anche San Marciano, così come fa per Santa Daria e San Nicandro. Non resta perciò che augurarsi che in un futuro prossimo la bellissima iniziativa popolare della realizzazione della Statua di San Marciano torni in auge e finalmente si concretizzi, in modo che Venafro possa fregiarsene.

Nel mentre la città nella sua stragrande maggioranza è pronta a celebrare e festeggiare i suoi Santi Martiri Nicandro, Marciano e Daria, augurandosi opere e tempi buoni mercé la loro intercessione.

 

Tonino Atella

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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