VENAFRO – A cento anni dalla “Grande Guerra”, torna alla luce la triste storia del caporale Tito Atella

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VENAFRO – Cent’anni dalla “Grande Guerra”. Tragedia immane con 650mila militari italiani caduti. Anche il Molise pagò con migliaia di giovani vite umane il proprio consistente e doloroso contributo. Tante vicende, tanti lutti anche dalla nostra regione, i ricordi di valorosi e giovani personaggi, le tragedie di vite spezzate troppo in fretta con conseguenze gravissime per le loro famiglie, le vedove e in molti casi per i loro figli in tenerissima età.

Tra le tante tristissime pagine, tutte degne della massima considerazione, ne ricordiamo una per la sua particolarità e le implicazioni che ebbe. Il giovane caporale dell’Esercito Italiano, Tito Atella, aveva 26 anni, era ammogliato con Concetta e quando partì per la guerra lasciò in paese due figli piccolissimi : Alessandro, che non aveva ancora compiuto 2 anni, e Fernando di pochissimi mesi, accuditi con tantissimo amore dalla moglie, coltivatrice di ortaggi.

Tito, di professione falegname, con la moglie ed il primo dei figli era appena rientrato da Parigi dov’era emigrato nel 1912 in cerca di lavoro per dare un futuro migliore ai suoi ; il piccolo Alessandro era nato infatti nella capitale francese. Intanto appena rientrato in Italia era arrivata al giovane capofamiglia la cartolina militare con la chiamata alle armi, a cui non si poteva certo dissentire.

C’era da  servire la Patria, sicché Tito lasciò moglie e due figli (nel frattempo era arrivato anche Fernando,  ancora in fasce quando il padre partì per la guerra) e raggiunse il fronte di guerra arruolandosi nell’Esercito Italiano. Venne chiamato alle armi esattamente il 24 maggio 1915, ossia nel giorno stesso dell’entrata in guerra dell’Italia, si presentò al 124° Reggimento Fanteria il giorno dopo, il 25 maggio, e giunse in territorio dichiarato di guerra il successivo 5 giugno. Con altri commilitoni era sulle Alpi, in prima linea sul versante orientale in un accampamento militare con tende di campo.

Il 27 ottobre 1915, dopo 4 mesi e 22 giorni dall’arruolamento e dall’inizio delle ostilità, a soli 26 anni la sua tristissima fine ! E’ riportato sui documenti matricolari ufficiali dell’Esercito Italiano nei quali si legge : “ … Caporale Tito Atella … morto in combattimento in Campo di Battaglia come da atto di morte inscritto al n° 202 del registro degli atti di morte del 124° Reggimento Fanteria” ! Quindi, in calce allo stesso foglio matricolare, “ Autorizzato a fregiarsi della medaglia commemorativa nazionale della guerra 1915/18 e ad apporre sulla medaglia le fascette corrispondenti agli anni di campagna “, nonché “ Autorizzato a fregiarsi della medaglia a ricordo dell’Unità d’Italia, di cui al R. Decreto 19 ottobre 1922, n. 1362”.

E’ tutto quanto resta del giovane Caporale molisano, perché dei suoi resti non venne trovato nulla ! La tenda dov’era con altri commilitoni del 124° Fanteria fu centrata in pieno da una cannonata nemica che dilaniò e distrusse tutto e tutti. Praticamente alla sua vedova, all’epoca 24enne e con due figli minori da crescere, non fu riconsegnato mai nulla del corpo del marito. Né si seppe dove vennero eventualmente seppelliti i resti dilaniati dei militari italiani di quel determinato accampamento del 124° Reggimento Fanteria investiti dalle cannonate nemiche. Alla donna venne data solo la notizia della morte del marito e delle decorazioni di cui avrebbe potuto fregiarsi.

Intanto non c’era tempo né spazio per piangere, disperarsi o abbattersi. Occorreva rimboccarsi le maniche e guardare avanti, perché lo imponeva la vita. E’ quanto la giovane vedova, piccola di statura ma dalla tempra indistruttibile, fece con assoluta determinazione. Bisognava crescere due piccoli, cosa assolutamente prioritaria. Perciò continuò a fare, la giovane vedova, l’unica cosa che sapeva fare, zappare la terra e coltivare ortaggi, lavoro con cui riuscì a tirare avanti per se e per i figli. Il primo, una volta maggiorenne, entrò in Aeronautica, divenne Maresciallo, quindi sposò una pompeiana che gli diede due figli. Il secondo proseguì gli studi, grazie ai grossissimi sacrifici della madre che ben volentieri si prodigò, si iscrisse all’Università a Napoli, si laureò in Veterinaria ed esercitò la professione di Veterinario, facendosi apprezzare da tutti. Prese  moglie sposando una maestra del Lazio ed ebbero due figlie.

Il 26enne Caporale Tito era finito sul Carso, ma da lui derivò tantissima vita ed energia assai preziose. Questa, una delle innumerevoli e tragiche pagine della “Grande Guerra”, che fortificarono il popolo italiano, determinandolo alla libertà ed al progresso.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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