COSTUME E SOCIETA’ – Cambiano i tempi, dall’epoca dei “don” si è passati a quella dei “ron”

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COSTUME E SOCIETA’ – Quanto è diverso, come è cambiato il mondo degli uomini negli ultimi 50/100 anni ! Sembrano trascorsi secoli ed invece solo pochi decenni, che però hanno inciso in profondità nelle abitudini, nelle idee, nei comportamenti, nelle mentalità e nei modus vivendi delle persone. Prendiamo l’epoca del “ don “, di cui il Sabatini/Coletti, Dizionario della Lingua Italiana, riferendo che trattasi di termine del sec. XIV/XV (1.300/1.400) testualmente riporta : “Titolo onorifico che si premette al nome degli ecclesiastici. Nell’Italia meridionale è attribuito genericamente a persone di riguardo”. In questa sede è intenzione soffermarsi esclusivamente su aspetti collegati alla seconda frase, ossia quella dell’uso del titolo per le cosiddette persone di riguardo, riconoscendo la piena legittimità dell’uso del “ don “ prima delle generalità di ecclesiastici. Ebbene il “ don “ nell’intero meridione d’Italia altro non è se non preciso retaggio ispano/borbonico, ossia della cultura e della storia del popolo -quello spagnolo- che per secoli ha dominato e controllato l’estremo sud della Penisola, eleggendo Napoli a sua capitale. “ Don “ per significare ricchi, possidenti e persone influenti, danarose, multiproprietari terrieri, latifondisti ect. che grazie alle loro ricchezze terriere ed immobiliari influenzavano tantissimo la piccola e povera vita di paese. Basti dire che nei decenni andati ha fatto epoca un testo di un autore meridionale dal titolo “Bussare col piede”, ossia con le mani occupate da regalie di vario tipo e quindi necessitati a bussare col piede una volta dinanzi al portone di casa di tale signore per chiedere “ il favore “ ed ottenere quanto agognato, sperato e necessario per sopravvivere. Ma chi erano nel meridione d’Italia, Molise compreso, siffatte “persone di riguardo”, come scrive il Sabatini/Coletti, tanto da fregiarsi del “ don “ che il popolino attribuiva loro pur di fronteggiare le necessità della vita quotidiana ed ottenere, ad esempio, un pezzo di terra da zappare, lavorare e da cui ricavare il sostentamento per l’intera famiglia ? In primis i ricchi, i possidenti e i latifondisti, ossia i cosiddetti signori che concedevano al “povero” contadino lingue di terra da lavorare, continuando a vivere da ricchi e quindi da “ don “. C’erano comunque, per grazia di Dio, anche le citate “ persone di riguardo “, quelle cioè effettivamente meritevoli dell’ispanico titolo onorifico e che tanto bene usavano fare per le classi più umili e povere, mettendo a disposizione parte dei loro averi perché il prossimo ne fruisse e migliorasse. Ecco, questi erano i veri “ don “, coloro ai quali si riferisce il Sabatini/Coletti, tutti gli altri erano ben altro … ! Come facevano le classi contadine del meridione d’Italia a sopravvivere in condizioni tanto difficili e senza essere proprietarie di alcunché ? Parte rispettando i patti col padrone/signore in fatto di raccolti e parte “arrangiandosi” pur di sopravvivere, ossia non già rubando per arricchirsi ma sottraendo il minimo necessario per sfamare bambini, anziani, donne e loro stessi. E quello non era affatto un furto, bensì la naturale e doverosa appropriazione di quanto spettava, nonostante le leggi (ingiuste !) dell’epoca, perché la famiglia sopravvivesse ! Ed accadeva così che a sera, dopo una giornata a raccogliere olive da parte della famiglia del contadino nell’uliveto di tal “signore”, l’asino con in groppa il sacco pieno di olive andasse al fondaco del proprietario dell’oliveto per depositare quanto sarebbe stato successivamente diviso ma non in parti uguali tra il “signore” del terreno -cui andava la maggior parte dell’olio ricavato- e la famiglia che aveva raccolto e lavorato, mentre la moglie del contadino svicolava in tutta fretta e di nascosto con in mano un secchio di olive “rubate” dirigendosi verso casa, senza che nessuno vedesse ! Quel po’ di olive “rubate”, assieme ad altre nelle sere successive, non per fare fortuna, ma solo per tirare avanti superando le ristrettezze dei tempi ! Sono passati pochi decenni, poco più di mezzo secolo, ma sembra un’eternità. L’agricoltore è oggi proprietario della terra che lavora, la sua famiglia ha fatto e continua a fare progressi sul piano sociale, economico e culturale, il “signore” non incide più come un tempo, il “ don “ è praticamente scomparso dalla parlata comune, a meno che non si tratti di preti, monsignori o di persone effettivamente di riguardo, ed è più ricorrente il “ ron “, titolo dialettale tipico che si usa scherzosamente tra amici, per scherzare, senza pompa e senza finalità particolari. Ed allora la simpatica domanda conclusiva : preferite il tempo andato dei “ don “ o quello attuale dei “ ron “ ?

Il cronista, anche se facilmente intuibile, preferisce non dire la sua per non influenzare e lasciare il lettore liberissimo di pensare, riflettere, scegliere e rispondere. Certo è che ne è passata di acqua sotto i ponti … e meno male !

 

Tonino Atella

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