VENAFRO – Le considerazioni della maestra Rosaria Alterio in occasione del centenario della “grande guerra”

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VENAFRO –  La guerra tutte le guerre, compresa la “grande guerra” (l’aggettivo non fa sognare nessuno) anche se cambiano gli altri strumenti di sterminio: dalla baionetta al nucleare, sono tutte uguali.

Ecatombe di vite umane, apocalisse di pezzi del pianeta, orrori, campi di prigionia e campi di sterminio. “La guerra è tradimento e odio… tortura, assassinio, disgusto,  stanchezza, finché poi è finita e nulla è mutato, senonche c’è una nuova stanchezza, un nuovo odio”. (Steinbeck). Quella guerra che doveva finire solo in un mese… Quel dopoguerra di decenni di fame e sacrifici… E fiumi di lacrime. Quando solo il fumo rimane sulle rovine è talmente la devastazione che, come è stato detto più volte, ci si è dimenticati perfino la ragione per cui quella guerra era scoppiata. Prima di leggere la breve semplice poesia di un poeta sconosciuto, la maestra avvisava gli alunni che avrebbe pianto, e ogni volta ciò avveniva. Alcuni poi piangevano per solidarietà con lei, altri erano sconcertati, qualcuno ridacchiava. I migliori restavano in silenzio e forse pensavano.

Il soldatino

“Sulla croce desolata solo un nome ed una

Data. Il suo nome era Giovanni, morto

Al fronte a diciott’anni

Diciott’anni un giovinetto col fucile e con

L’elmetto, con la croce ed il piastrino

Sopra un cuore di bambino…

Nelle notti lunghe e nere dormi in pace,

Soldatino! Diciott’anni: un mazzolino

Di diciotto primavere…”

I piccoli alunni pensavano… come possono essere i pensieri all’alba della vita: in quel caso alla guerra dove questa è solo una parola anche se si muore con un colpo di fucile. Non sapevano ancora che si moriva anche di malattie, dissenteria, malaria, fame, freddo, oltre che nelle carneficine delle armi e negli “assalti alla baionetta” così frequenti in quel conflitto!

Anche la maestra pensava al padre che a diciotto anni, dopo un veloce corso di addestramento alle armi, era stato un soldato-bambino nella “grande guerra”! Gli avevano poi per questo dato una medaglia. Nessuna legge, però, lo esonerò, assieme agli altri ragazzi del ‘900, dall’obbligo della leva militare che allora veniva assolto a ventuno anni.

Come se non ne fosse bastata una di guerra nella sua vita, si ritrovò poi, da adulto, a viverne un’altra, la seconda guerra mondiale, con un anno di anticipo in Germania, dove si era recato come emigrante.

“Con semplicità e cercando sempre di minimizzare raccontava (come ha detto la figlia in un’altra occasione) dei bombardamenti che già piovevano su Berlino, ma la scarna drammaticità che inevitabilmente affiorava ci toglieva sempre un po’ il respiro. In rapidi flash sentivamo anche noi i lamenti continui e agghiaccianti delle sirene, “vedevamo”, nei suoi racconti, i ricoveri, dove si rifugiava, stracolmi di gente, tutti sconosciuti, e l’aria, quando usciva, densa di fumo e polvere. La vita sembrava ritornasse normale all’istante. Passava sollevato a raccontarci delle affollatissime birrerie…”

Tornato subito in Italia, la guerra, che ora era dilagata anche qui, lo risucchiò nella sua spirale di sangue, assieme alla sua famiglia appena formata.

La ferocia dell’uomo, perché di ferocia si tratta, trova le valvole di sfogo nelle guerre sempre attuali che si combattono per false ideologie, per desiderio spasmodico di territori e poteri, per errate interpretazioni di religioni, ma anche per la totale mancanza di queste. Come quando nel 1961, in un campo di prigionia cinese, a sud di Pechino, padre Hsia, condannato a 20 anni di lavori forzati solo perché prete e quindi credente in un potere più alto di quello di Mao Tse-Tung, rischiò la fucilazione la notte di Natale per la Messa clandestina che si ostinò a celebrare. In un fosso asciutto, un cumulo di terra gelata fu il suo altare. L’uniforme lacera della prigione sostituì i paramenti sacri e una tazza di smalto sbrecciato gli servì da calice. Da pochi chicchi d’uva conservati per chissà quanto tempo aveva ricavato un po’ di liquido somigliante al vino e da un pugno di frumento che doveva aver nascosto da un raccolto, aveva fatto un sottile biscotto che ora era la sua ostia. Mancavano, su quell’altare, (figuriamoci!) le candele: provvide un fascetto di pochi sterpi secchi accesi a generare una fiammella tremolante. Per coro ci pensò il vento di tramontana “che soffiava incessantemente fino a diventare un inno. Sembrava che quella piccola fiamma portasse le preghiere del coraggioso vecchio direttamente in cielo e che il vento le spargesse qua e là ai quattro angoli della terra”.

Se solo si pensasse alle lacrime delle mamme che, come fiumi di inchiostro, hanno fatto scrivere storie di guerre! Questo pensiero potrebbe essere un deterrente, forse l’unico per chi “decide” una guerra, per il kamikaze che si fa esplodere, per chi provoca una strage o per chi “si accinge” a recidere una testa, come se si accingesse a fare il bucato: se solo si pensasse un istante prima alle lacrime della propria madre!… E anche, caso mai gli riuscisse, a quelle delle altre. Di madri!

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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