VENAFRO – “Corsi e ricorsi della Medicina” nei ricordi della maestra Rosaria Alterio

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MEDICINA – Prima dell’avvento della gratuità dell’assistenza medica, farmaceutica e ospedaliera (questo prima dell’ultima guerra e, che io ricordi, immediatamente dopo), ai medici si ricorreva raramente e agli ospedali ancora meno e comunque solo in casi disperati. Qui si pagavano a malapena le spese e il buon cuore del chirurgo “faceva il resto”. Il medico di base, di famiglia, di medicina generale, che allora si chiamava semplicemente “il medico”, nella consuetudine venafrana, si ricompensava una volta all’anno, il giorno di Capodanno, con una modesta offerta in denaro nella “busta”, con un po’ d’olio, un paniere di uova… Ai medici stava bene così, provenivano tutti da famiglie facoltose, di notabili si diceva e vivevano della rendita del loro casato. In realtà avevano intrapreso quella professione per dare onore, lustro al proprio casato. Piccoli sciami di venafrani, il primo giorno dell’anno, si incontravano nelle vie del Centro Storico, che allora esauriva tutti gli abitanti, mentre si recavano dal loro medico che li attendeva, seduto dietro alla scrivania nel suo studio incastonato nell’immenso palazzo gentilizio. Se una mamma si tirava dietro un bambino, qualche medico, apriva un cassetto della monumentale scrivania e ne tirava fuori un torroncino per lui. Gli specialisti nei piccoli ospedali erano pressoché inesistenti: c’erano il medico generico e il chirurgo, quest’ultimo si trovava da solo a dover affrontare ogni tipo di intervento affidandosi spesso anche alla buona sorte. La gente comune che non si poteva permettere il grande ospedale della città spesso… moriva e a volte senza saperne nemmeno la causa: l’età media perciò molto bassa. Il cimitero era anche pieno di piccolissime tombe con statuine di angioletti tristi, in preghiera. Così era allora! Poi le cose cambiarono. Finalmente più medici, i primi specialisti anche nei piccoli ospedali, la gratuità dell’assistenza e i risultati furono subito evidenti: l’età media si allungò, i bambini non morirono così spesso e anche le mamme ebbero parti meno “travagliati” di quelli finora avvenuti in casa.
Ci sono purtroppo sempre nuovi focolai da debellare, la ricerca continua, anche se affidata forse esclusivamente alla generosità della gente.
Sulla scia del benessere poi si costruirono imponenti strutture ospedaliere munite di apparecchiature costose che, a volte, non si sapeva nemmeno far funzionare, si assunse tanto di quel personale che si dovette lavorare di fantasia per assicurargli un ruolo.
Intanto specialisti sempre più numerosi si insidiavano in asettici studi di lussuosi appartamenti.
E nel caos che ne seguì di sperperi e ricoveri prolungati e spesso inutili in cui si era ormai degenerati e impantanati, i primi germi della stretta di vite: le attese ora, per entrare negli ospedali, anche per semplici controlli, diventarono sempre più lunghe, prima che il malato si risvegliasse dall’anestesia, via! A casa. Per analisi di routine attese di mesi. E si instaura una vergognosa procedura, per accelerare un ricovero “si passa” dallo studio di un primario, dove una distaccata assistente provvede a fissare prossimi incontri e sicuro ricovero (perché è di questo che si tratta). Provvede anche a riscuotere la parcella che sale, informa sempre impersonalmente se “deve fare la fattura”. Il malcapitato si affretta a dire di no, vuoi per risparmiare sul già pesante salasso, vuoi perché può aver bisogno anche dopo… non si sa mai!
Vorremmo non dover parlare di queste mantidi della professione medica perché poi ci sono professionisti splendidi per preparazione e rapporti umani… da medici di sperduti ambulatori di paesini (“condotte” si chiamavano prima) a specialisti di chiara fama la cui attività non è proprio consacrata alla carriera e al denaro. Per non parlare dei “medici senza frontiera” e medici missionari: materia preziosa che riscatta le “miserie” dell’altra categoria. La vite continua a stringersi: esubero di studenti alla facoltà di medicina e successiva clausola del cosiddetto “numero chiuso”. E il decantato diritto allo studio contemplato nella Costituzione? (Questo, come i fondi stanziati per la ricerca, meriterebbero un discorso a parte).
Ospedali che si chiudono: malati e medici che non sanno dove battere la testa per i ricoveri. Per molti, troppi che ne hanno bisogno, l’ospedale più vicino è sempre troppo lontano, se ci si arriva vivi è solo per la “buona stella”; il 118 non è proprio attivato per un soccorso d’urto per attrezzature ed altro visto anche le deviazioni cui è costretto nel suo immediato intervento, per mancanza di posti. Medici e infermieri, decimati dai tagli, rischiano essi stessi l’infarto per sovraccarico di lavoro. Laureati, quelli seri che girano lontano dalla politica, devono rifare la valigia come i loro antenati e recarsi altrove. E si è arrivati a un altro ricorso di Vichiana memoria: l’età media che si era allungata (nonostante sparuti esempi di centenari che la televisione ci propina di tanto in tanto) si sta sensibilmente riaccorciando. Molte famiglie e pensionati sono ormai a una svolta: o si curano o si lasciano morire. Pare da un’indagine, che più della metà scelga la seconda ipotesi. Mi hanno raccontato di una pensionata che ricoverata, dopo molte peripezie, in un ospedale, chiese con un filo di voce: – È questo il reparto dove si muore? – È una barzelletta (anche se l’infermiera, nel riferirmela, mi ha assicurata del contrario) non è successo nulla: è semplicemente una verità vestita di scherzo. Anche se qui un tantino macabro!
Quale sarà la prossima mossa in questo campo?
La situazione, specialmente da noi, in Molise, è davvero preoccupante!
Non doveva essere la medicina “la testa di ponte dello sbarco della modernità”?

Maestra Rosaria Alterio

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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