ITTIERRE – Sciopero della fame, l’ultimo atto di una vicenda arrivata al capolinea

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CAMPOBASSO – “Itr – Albisetti – Oti – Ikf, quale giustizia”, la storia lunga di un’azienda leader nel tessile scomparsa definitivamente con una serie di fallimenti e procedimenti giudiziari e amministrativi. Un colosso industriale polverizzato di cui oggi rimane a testiminanza ancora uno dei tanti dipendenti dell’ indotto che tenta di mettere il dito nella piaga e denunciare nel giorno di Natale le responsasbilità di chi nel corso degli ultimi dieci anni ha condiviso alcune posizioni a volte in buona fede che hanno determinato la morte dell’azienda. E’ Vittorio Monaco, probabilmente un nostalgico visto la voglia e la grinta ancora di manifestare in modo solitario in un contesto dove sembra che tutti hanno già dimenticato o vogliono farlo per non deprimersi più di tanto che ha avviato uno sciopero della fame proprio a Natale nei giorni in cui forse le prelibatezze della tavola sono al massimo del gusto. Lavoratore di un’azienda che riforniva la grande fabbrica di Pettoranello modello nel mondo per l’alta moda e l’abbigliamento teen agers, si è piazzato dietro un cartello, a ridosso del Tribunale di Isernia, con la scritta che sopra abbiamo anticipato, imponendosi di rimanere lì senza cibo fino al 28 dicembre. Intanto ha commentato soprattutto sulla gestione commissariale e di quello che resta dopo otto anni di conduzione:<Sono qui per segnalare – ha detto Monaco –  la gestione commissariale con un’amministrazione straordinaria del gruppo It holding che di straordinario non ha più nulla perché sono stati venduti tutti gli asset aziandali trovandoci così di fatto al cospetto di una liquidazione sebbene il passaggio normativo da amministrazione straordinaria a liquidazione ancora non è avvenuto, ma questo permetterà ai creditori, se ciò avvenisse, della vecchia Ittierre di avere agevolazioni fiscali e normative molto importanti . Rilevo, perciò, che quelli che oggi si tirano i capelli e sono preoccupati per le sorti di centinaia di dipendenti, probabilmente sono stati responsabili in parte di quanto avvenuto in tutti questi anni fino agli accordi di cassa integrazione per i 550 dipoendenti avallando un Piano industriale fiacco che chiunque avrebbe rigettato. Le responsabilità, pertanto, sono molteplici, c’è bisogno qui che qualcuno ricordi  a queste persone di ripensare e giudicare quanto fatto>. Un segnale disperato che non si sa chi toccherà e dove finirà. L’ultimo fallimento riportato nei giorni scorsi è veramente l’ultimo, la fase terminale di un recupero che probabilmente non avrà più proroghe. Della prestigiosa cittadella della moda di Pettoranello è rimasta soltanto qualche traccia del suo grandissimo know how, sarti e tecnici di valore assoluto, la cui sublimazione e inevitabile dispersione e abbandono è la parte più dolorosa e quindi dura da accettare. Come poter recuperare e quindi ridisegnare futuri scenari del tessile, se esiste la volontà, alla luce degli investimenti previsti per le aree industriali fallite? Lo facciano e quindi si impegnino quelle forze istituzionali e sindacali che nel bene e nel male hanno “assistito”, mettiamola così, al declino irreversibile del prodotto made Molise più straordinario fino a qualche decennio fa.        Aldo Ciaramella

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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