
CAMPOBASSO – Strade al collasso. E’ l’argomento del giorno. Le riunioni dei sindaci dove buttano fuori tutta la loro disperazione non si contano più. La Provincia il loro punto di riferimento c’è e non c’è. Palazzo Magno è stato destituito drammaticamente dalla riforma delle Province di un potere finanziario specifico per la viabilità. Qui, infatti, le proteste dei primi cittadini sono deviate in Regione dove ormai non sanno più come distribuire quelle risorse che arrivano dalle Misure nazionali ed europee, anche riferite alle strade, per accontentare e tamponare i disagi diffusi sui vari livelli di gestione e di intervento locale. Ieri abbiamo registrato, come nei giorni passati, la riunione dei nove sindaci del Medio Molise con il presidente Frattura e quella autonoma in contemporanea dei colleghi del Fortore molisano. Uno scenario disastroso di strade quello riportato da quest’ultimi, a cominciare dalla Statale 645 verso Foggia, dove una frana ai piedi del colle verso Pietracatella non viene bonificata come definitivamente si richiederebbe, per finire alla Provinciale che conduce a Macchia Vallfortore e quindi verso il lago di Occhito. E allora non sarebbe il caso di rimettere palla al centro nella programmazione e nella riconfigurazione delle economie e risorse regionali fermandosi per qualche anno su quanto e ripartendo dalla messa in sicurezza delle strade e da un riadeguamento infrastrutturale di settore senza il quale non si può prefigurare alcun tipo di sviluppo? Ci riferiamo soprattutto a quello legato all’agroalimentare delle piccole aziende rurali al made Molise di eccellenza, tantissime diffuse in regione dappertutto, che ha bisogno di misure infrastrutturali per riacquistare fiducia e creare le condizioni minime indispensabili per abitare la campagna e i piccoli borghi. A lungo andare senza una rete dignitosa e sicura di collegamenti necessaria per qualsiasi intervento a persone imprese e cose, è inevitabile la scelta da parte di tutte queste Comunità, dell’abbandono del territorio anche e soprattutto dei campi e quindi dell’agricoltura e di qualsiasi attività connessa a quest’ultima. Il trasferimento verso le città comporterebbe ricadute economiche negative, irreparabili sul mantenimento del tessuto sociale e finanziario delle periferie e delle zone interne ovviamente su quel poco che potrebbe sopravvivere destinato irreparabilmente al degrado diffuso.
Aldo Ciaramella
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