STORIA – Celestino V e il falso mito del “gran rifiuto”

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ISERNIA – “Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto.”

Dante Alighieri riporta questi versi nel terzo canto dell’Inferno, nella Divina Commedia, senza precisare a chi si riferisse. Ci troviamo nel girone degli Ignavi, coloro che in vita non agirono, mai, né nel bene né nel male, preferendo adeguarsi ogni volta ai tempi.

Il personaggio cui si riferisce il Sommo Poeta è probabilmente una personalità nella quale aveva riposto speranze e desideri, attese e mai concretizzate. Questa chiave di lettura dei versi danteschi è perdurata nella critica letteraria per secoli e solo in tempi recenti si è tentato di analizzarli secondo metodi e modi diversi.

Il 19 maggio ricorre la memoria liturgica di San Pietro Celestino, noto a Isernia, dove è patrono, come “Ru Sandone”: il suo nome da laico era Pietro Angelerio, detto Pietro di Isernia o del Morrone, il monte dove si ritirò in eremitaggio. Il 5 luglio 1294 venne eletto papa inaspettatamente dal conclave dei cardinali riuniti a Perugia, scegliendo di chiamarsi Celestino V.

La tradizione letteraria è solita identificare l’anonimo ignavo con il papa molisano, sostenendo che il “gran rifiuto” sia la sua rinuncia al papato il 13 dicembre del 1294. Si da questo accostamento per certo, quando invece la critica non è riuscita a dare un’interpretazione sicura, ammesso che ci sia. Il primo a parlare di Celestino V fu il figlio di Dante, Jacopo Alighieri, che identificava nell’ignavo il papa molisano.

Il Sommo Poeta aveva riposto grandi speranze di riforma della Chiesa Cattolica, come tutti i suoi contemporanei. Il Morronese viene descritto come un uomo mite, umile e devoto, in grado di rinnovare il cattolicesimo con la sua santità.

Quando rinunciò al pontificato, le speranze di molti furono deluse e l’elezione del cardinale Benedetto Caetani, con il nome di Bonifacio VIII, fu avvertito come un segno di profonda decadenza. Il conflitto tra il re di Francia, Filippo il Bello, e il nuovo pontefice ammantò la personalità di Celestino V di una maggiore aura di santità e di purezza spirituale.

Adesso il papa dimissionario era un martire della coscienza e della fede nei confronti del simoniaco Bonifacio VIII, che aprì con il suo scellerato operato i decenni della cattività avignonese. Non è un caso se Dante Alighieri pose il Caetani nel girone dei simoniaci, nel diciannovesimo canto dell’Inferno. Da ciò nasce la tradizione del complotto ordito dal cardinale ai danni di Pietro del Morrone, spronandolo direttamente a rinunciare al pontificato.

La critica letteraria smentisce le certezze della devozione popolare e di qualsiasi agiografia che parli di un Celestino V vittima e martire. Già Petrarca riteneva infondato l’accostamento tra Celestino V e l’ignavo, esaltando pertanto il gesto del papa molisano. Il noto filologo Natalino Sapegno ha a proposito avanzato un’interessante ipotesi. L’anonimo ignavo non rappresenta nessuna persona fisica: è un’invenzione letteraria che personifica il vizio.

Il Sommo Poeta in realtà criticava la mancanza morale e non una persona in particolare. Questa avvincente teoria è una delle tante che si sono formulate nei secoli, perché l’ignavo anonimo è stato identificato con personaggi biblici, con figure della mitologia classica e con altri personaggi storici, tra cui altri papi.

Celestino pare scagionato da qualsiasi accusa e, per nostra fortuna, la storiografia più recente ci ha permesso di conoscere un papa rilevante e molto sfaccettato. Sicuramente non fu un uomo di povere origini, era colto e fu un papa della transizione nel pieno medioevo.

Alfredo Incollingo

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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