
ISERNIA – Alla pedagogia classica, quella degli insegnanti e della famiglia, oggi se ne affianca una molto penetrante, subdola, delle volte mendace. È quella mediatica.
Gli strumenti della comunicazione che non avvertiamo, le pubblicità, le suggestioni, troppo spesso, ci penetrano dentro, ci spingono a vivere “senza confini”, a inventarci Superuomini. Siamo di fronte a una pedagogia nuova, moderna che può produrre una patologia ben più infida e invalidante: quella depressiva.
È proprio di fronte a questo crescente pericolo, che Domenico Barbaro (psichiatra di origini calabresi, ma da anni residente a Isernia) tenta di porre un rimedio, invitando il lettore a “riappropriarsi dei propri limiti”.
Lo fa nel suo ultimo libro “La pedagogia dell’onnipotenza”, un lavoro che vuole provocare una riflessione seria sul dilagare di questa patologia depressiva; secondo le stime dell’OMS infatti sarà la seconda causa di malattia nel 2020 dopo le malattie cardiovascolari.
“I messaggi della nuova pedagogia – dice Barbaro nel corso di una presentazione, svoltasi a Isernia presso la Libreria Della Corte – creano un’idea dell’onnipotenza che può portare anche ad episodi di bullismo o femminicidio”.
Nel suo libro Barbaro racconta esempi clinici reali che hanno in comune il meccanismo psicodinamico dell’ ‘onnipotenza’.
“Il pericolo degli strumenti mediatici -spiega- è che, delle volte, ci sovrastano. Bisogna stare attenti perché la pedagogia mediatica fa perdere coscienza della necessità di contrapporsi alla cultura dell’onnipotenza.
I social network offrono uno specchio importante per il Super io”.
Ad introdurre i lavori la professoressa Graziella Iannuzzi che ha invitato i suoi alunni, presenti nella sala, a leggere alcuni passi del volume.
Ad illustrare il libro, alla nutrita platea, è stata invece la psicologa Giulia Capone che ha offerto la sua chiave di lettura:
“Ho sentito nel libro questa assenza del padre, tutti i pazienti sono accomunati da una latitanza della figura paterna. In Barbaro trovano quel papà sostitutivo che riesce a far riacquistare loro l’ indipendenza. Il rapporto terapeutico diventa così il momento di grazia”.
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