“CATTOLICA” – Attivato un nuovo metodo di accesso venoso centrale

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CAMPOBASSO – La Fondazione “Giovanni Paolo II”  ha attivato una nuova procedura per l’accesso venoso centrale.

Un metodo più sicuro, che può migliorare la qualità di vita e l’efficacia del percorso terapeutico.

Alla Fondazione è stata, INFATTI, introdotta una nuova metodica: si chiama catetere venoso centrale ad inserimento periferico (PICC). Questo device riduce al minimo il rischio di complicanze, e può incidere anche sull’efficacia del percorso terapeutico, soprattutto per alcune tipologie di pazienti, come quelli oncologici, che devono sottoporsi a continue dosi di farmaci chemioterapici ma non solo.

“La Fondazione propone costantemente l’innovazione sia tecnologica che assistenziale, in questo caso, attraverso le professionalità infermieristiche, che confermano gli alti livelli raggiunti e la voglia di migliorare costantemente il proprio lavoro” – commenta Mario Zappia, Direttore Generale –  Infatti otteniamo un triplice risultato: minori spese assistenziali; innovazione tecnologica; miglioramento della qualità della vita del paziente  che riuscirà a ridurre i rischi di complicanze e a gestirsi meglio anche al proprio domicilio…..”.

Il PICC posizionato da un team infermieristico dedicato (PICC TEAM), è meno invasivo rispetto ad altri dispositivi di accesso venoso centrale che, richiedono l’utilizzo di una sala chirurgica o di radiologia interventistica, con la presenza dell’anestesista.

“Gli infermieri oggi sono tutti professionisti laureati, sono parte essenziale del percorso di cura – commenta Emilio Corbo, Responsabile del Servizio Infermieristico – abbiamo a disposizione figure altamente qualificate, che sapranno gestire al meglio anche un ambulatorio specifico”.

Rispetto ad altre forme di accesso venoso centrale il sistema PICCS presenta numerosi vantaggi:  si tratta di  un accesso venoso, in una vena di grosso calibro, che permette la somministrazione di farmaci che, qualora iniettati per via periferica, potrebbero causare danni non solo venosi  a seguito di stravaso; richiede una minima manutenzione; riduce il rischio di infezioni; riduce il rischio di trombosi venose centrali; può essere utilizzato in modo discontinuo, senza per questo aumentare il rischio di complicanze ostruttive e infettive; può essere utilizzato sia in ambito ospedaliero che domiciliare;  consente libertà di movimento oltre alla migliore tollerabilità di trattamenti farmacologici frequenti riducendo il disconfort.

Tale procedura verrà pratica ai pazienti ricoverati, ma ne potranno beneficiare anche le persone che devono sottoporsi ad alcune terapie domiciliari; sarà attivo, infatti, un ambulatorio infermieristico dedicato che seguirà il paziente dal posizionamento a tutto il suo percorso assistenziale, con personale che effettuerà prestazioni anche a domicilio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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