CRONACA – Mafia cinese anche al sud, Aldo Di Giacomo: “Caso emblematico a Campobasso”

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CAMPOBASSO – La potente mafia cinese, dalle grandi città del centro nord, si sta ramificando al sud e nei piccoli centri.

Questo l’allarme lanciato da Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato Polizia Penitenziaria, il quale parla di acquisti nelle regioni meridionali di attività commerciali ed immobili intestati a cittadini cinesi, che nel giro di pochi anni sono aumentati del 50-60% grazie ad una disponibilità di liquidità che sfugge ad ogni forma di controllo. Emblematico sarebbe il caso di Campobasso, dove da tempo ormai si registrano acquisti di ristoranti, locali commerciali, immobili a cifre altissime, sproporzionate rispetto all’effettivo valore dell’immobile proprio per convincere i proprietari a cedere.

“Siamo ben oltre alla contraffazione dei prodotti del ‘made in Italy’ – spiega Di Giacomo – e quindi agli affari illeciti delle vendite dirette e all’ingrosso. Non sono solo quindi centri massaggi, bar e ristoranti, che in alcuni casi coprono ingenti attività di riciclaggio, ma anche stratagemmi che rendono fruttuose strategie criminali rodate tramite trucchi contabili e società fantasma. Ad accrescerne l’influenza criminale due fattori su tutti: la maggiore percentuale di clandestini di cittadini cinesi che entrano nel nostro Paese e che si distribuisce in Lombardia, in Toscana, in Emilia Romagna e nel Lazio; le difficoltà burocratiche nei processi contro gli arrestati come nel caso di una delle inchieste più importanti, quella avvenuta in Toscana, con oltre 400 imputati e circa 3 miliardi di euro sottratti al fisco, finita in fumo per le difficoltà di traduzione”.

“L’evoluzione – prosegue – ha portato i gruppi criminali cinesi, che secondo gli investigatori non si muovono come un vero e proprio monolite ma come ‘distinti gruppi criminali in grado di interagire tra loro’, a stringere rapporti anche con la mafia di casa nostra. E gli affiliati alla ‘triade’ che finiscono in carcere, per restarci non molto tempo, non sono in alcun modo controllabili perché tra il personale di polizia penitenziaria non esiste nemmeno uno che parli cinese”.

“Non possiamo certo pensare di stoppare la ramificazione della mafia cinese sui territori magari con gli stessi provvedimenti che riguardano la criminalità comune. Piuttosto è necessario – conclude Di Giacomo – dotarsi di strumenti più efficaci di quelli esistenti contro la mafia italiana, mentre ci sono strumenti semplicissimi già adottati in altri Paesi tra i quali non consentire l’acquisto di immobili, attività a chi non è residente proprio per non dare linfa alla clandestinità”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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