MALTRATTAMENTI A SCUOLA – “Diventare un professionista dell’insegnamento dovrebbe essere un percorso complesso, duro, faticoso e accessibile a pochi”

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CAMPOBASSO – Sui fatti della scuola dell”Infanzia di Venafro abbiamo sollecitato l’intervento e quindi l’opinione del prof. Luca Refrigeri dell’Università del Molise.

Ecco la sua valutazione che chiama in causa una problematica più ampia e generale della figura dell’insegnante delle sue responsabilità dirette e di quanti dovrebbero governare e sovrintendere alla formazione continua di professionisti collocati e scelti al lavoro ma soprattutto ad un percorso educativo delicatissimo  non sulla base delle graduatorie ma sulla base di specifiche e speciali qualità e attitudini

“Quanto accaduto nei giorni scorsi all’interno della scuola dell’infanzia di Venafro porta ancora una volta alla diventare un professionista dell’insegnamento dovrebbe essere un percorso complesso, duro, faticoso, accessibile a pochi, come lo sono quelli di altre professioni, le quali, però, a differenza di questa non hanno la stessa rilevanza elettorale ribalta l’insegnante nella sua rappresentazione negativa. Al di là della spontanea naturale indignazione e condanna da parte di tutti di questi comportamenti che di educativo non hanno nulla è opportuno sollecitare l’opinione pubblica ad evitare ogni forma di generale negativa visione della scuola, in quanto fatta di migliaia di insegnanti identificabili come “bravi”, indipendentemente dal metodo di valutazione adottato, scientifico o personale che sia. L’auspicio è che non si parli di scuola e della professione insegnante solo in queste occasioni, dimenticando subito dopo questo mondo.

E ora l’occasione c’è per riflettere almeno su una professione ancora oggi considerata la seconda scelta per la propria vita lavorativa, nonostante la scuola rappresenti l’unica vera forma di investimento sulle nuove generazioni; una scuola che deve vedere i suoi insegnanti lontani dal mondo che quotidianamente vivono gli alunni e che li fa soggetti in apprendimento molto diversi da quelli di ieri. E’, quindi, necessario porre all’attenzione di tutti la necessità di un intervento formativo sistemico sull’insegnante, alcuni almeno, il quale forse paga la mancanza di una solida formazione di base negli ambiti psico-socio-pedagogici che non colmano nemmeno durante gli anni di servizio a scuola, nonostante ve ne sia l’obbligo, così come invece avviene in altri ambiti professionali. L’intervento che dovrebbe essere pianificato non è solo quello economico per l’immissione generalizzata in ruolo di chiunque aspetti da tempo nelle graduatorie ma deve tener conto di molti altri aspetti che riguardano proprio chi può insegnare e come deve farlo.

Il primo aspetto è la verifica del possesso delle condizioni psicoattitudinali a svolgere una professione così complessa e in continuo mutamento e il loro mantenimento nel tempo, durante il servizio. A tal proposito, infatti, ormai anche per l’insegnante si presenta la sindrome del burnout, proprio per le condizioni altamente stressanti e pressanti dell’attuale contesto scolastico, fatto di fattori esterni ed interni persona. Il pericolo del senso di impotenza e inadeguatezza nella gestione dei bambini può portare anche a comportamenti e atteggiamenti non educanti (lontanissimi da quelli che hanno indotto queste riflessioni), soprattutto nelle attuali classi composte da troppi alunni; una riduzione di alunni per classe auspicata da molti ma inattuata nonostante ritenuta una priorità.

Un altro aspetto di grande rilievo è la necessità di insegnanti con nuove capacità progettuali da realizzarsi in equipe; in ogni classe, infatti, sono coinvolti più insegnanti (curriculari, potenziamento, sostegno, ecc.), i quali sempre più devono lavorare anche con esperti esterni coinvolti a vario titolo nei processi di apprendimento personalizzati e di gruppo. Il lavorare in gruppo si apprende perché non è un processo naturale per nessuno.

E ancora le competenze relazionali non solo per la gestione della classe ma soprattutto per implementazione dell’alleanza educativa con la famiglia, sempre più presente ed invadente, anche per i suoi più elevati livelli culturali; il conflitto tra scuola e famiglia, conosciuto dall’opinione pubblica solo per gli eventi eclatanti riportati dalla stampa, è spesso il risultato della scarsa capacità dell’insegnante di gestire i processi relazionali; e il conflitto per la deresponsabilizzazione degli insuccessi dei bambini li ferisce lasciando cicatrici profonde per tutta la vita, minando così proprio le loro capacità relazionali.

La convinzione, mi auguro non solo personale, è che la telecamera in ogni classe (semmai questo fosse un costo sostenibile per lo stato) non potrà mai garantire un processo educativo adeguato. Solo attraverso un serio e strutturato percorso di formazione sarà possibile garantire un processo educativo efficace a formare i cittadini di domani e non solo bambini capaci di scrivere, leggere e far di conto. Una formazione iniziale per chi intende intraprendere la professione di educatore e insegnante, e una formazione lungo tutto l’arco della vita professionale, cioè aggiornamento continuo, per chi già lo è che si faccia carico anche della sfera psicologica personale e sociale, la quale non deve più essere lasciata alla personale iniziativa; un insegnante è una persona, con le sue naturali difficoltà e limiti anche nella propria vita privata. I suoi errori, però, ancor più quando reiterati, non portano alla sconfitta in una causa in tribunale o la redazione errata di un bilancio aziendale, non induce all’attribuzione di un voto non coerente con la reale preparazione dello studente, ma portano a trans-formare un bambino che nella società dovrà starci tutta la vita, ancor più quando la famiglia non assolve al suo compito di agenzia educativa.

Invece, proprio sul percorso per l’insegnamento, seppur con differenze tra la scuola dell’infanzia e primaria e quella secondaria di primo e secondo grado, l’attuale tendenza governativa, spinta dagli interessi sindacali e incentivata dalla giustizia amministrativa, non mostra interesse per la formazione degli insegnanti e, quindi, delle future generazioni.

Eliminare la formazione iniziale limitando l’ingresso nella scuola attraverso un concorso (che verifica le sole conoscenze disciplinari), per di più non selettivo, non è un investimento sulle future generazioni ma solo il tentativo di migliorare alcuni degli aspetti per i quali siamo in difficoltà: abbassare l’età di accesso alla professione di insegnante, ridurre l’età media del corpo docente italiano, eliminare la grande massa di docenti precari, indipendentemente dalla loro professionalità. Invece, diventare un professionista dell’insegnamento dovrebbe essere un percorso complesso, duro, faticoso, accessibile a pochi, come lo sono quelli di altre professioni, le quali, però, a differenza di questa non hanno la stessa rilevanza elettorale”

Prof. Luca Refrigeri

Presidente del corso di laurea magistrale a ciclo unico in Scienze della Formazione primaria di Unimol

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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