VENAFRO – Il Verlasce, è stato il cuore della nostra città

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VENAFRO – Il girotondo di stalle la sera, dopo il tramonto e la mattina prestissimo, si animava con regolarità composta, all’apparenza quasi lenta, per la partenza ed il ritorno dai campi perché in quei pagliai “si rimettevano” carretti, asini, muli e mucche.

Nella parte superiore, invece, balle di paglia e fieno venivano issate con una carrucola dalla finestra sovrastante la grossa porta di legno, e servivano da lettiera e foraggio per il bestiame. Si partiva all’alba, accendendo con precauzione grosse lampade a petrolio, nel rituale di legare l’animale al carretto e gli attrezzi di turno per il lavoro su quest’ultimo. Ne groviglio dei finimenti le mani si muovevano con calma ed estrema perizia.

Si rientrava quasi al buio dopo aver portato gli animali all’abbeveratoio che confinava (e c’è tuttora) con il lato sud dell’attuale villa comunale, dove allora (si parla di circa 70 anni fa) c’erano solamente orti.

I contadini si scambiavano, tra una mansione e l’altra, brevi commenti. Qualche chiacchiera “più salottiera” potevano permettersela, dopo aver sistemato attrezzi ed animali nel proprio pagliaio, nella tradizionale ed immancabile sosta a Portanuova, in attesa della cena.

Quando nel Verlasce arrivò, prima l’elettricità, poi il fontanino sotto i pioppi con “l’acqua corrente” che alimentava una lunga e stretta vasca di cemento, iniziò una nuova era. Ora gli animali si abbeveravano “davanti casa” e gradualmente andò svanendo la sosta a Portanuova.

Poi subentrarono trattori e veicoli ai carretti e scomparvero pian piano, assieme a questi, animali ed aratri. E la vita lavorativa continuò facilitata da ciò.

Poi ci fu l’ordinanza di sfratto per esigenze archeologiche e pian piano, ad uno ad uno, i vecchi pagliai chiusero i battenti.

All’interno ed alle tre stradine che immettevano nell’antichissimo anfiteatro, le eterne impalcature di ferro non scoraggiavano fino a poco tempo fa i superstiti “vecchi contadini” che all’aperto, seduti sotto i pioppi, tra una partita di carte e l’altra, guardavano di sottecchi il loro pagliaio e qualcuno pensava forse a quante balle di paglia tirò su con la carrucola suo padre, aiutato da lui ragazzino!

E se gli sfuggiva un leggero sospiro, gli amici non lo avvertivano nemmeno.

Rosaria Alterio

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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