
TERMOLI – Esule da Pola, Nella Reggente ha vissuto il dramma dell’esodo e delle persecuzioni. Ci ha raccontato la sua storia.
“Da quella volta non l’ho rivista più, cosa sarà della mia città. Ho visto il mondo e mi domando se… sarei lo stesso se fossi ancora là. È troppo tardi per ritornare ormai, nessuno più mi riconoscerà. Come vorrei essere un albero che sa dove nasce e dove morirà”.
Le parole della canzone “1947” di Sergio Endrigo esprimono a pieno lo stato d’animo di Nella Reggente, esule da Pola e da diversi anni residente a Termoli. Anche lei, come il celebre cantautore, fu costretta ad abbandonare la bellissima città istriana. La sua storia è la stessa di Endrigo e di altri celebri polesani come le attrici Alida Valli e Laura Antonelli, ma anche di altre migliaia di esuli costretti ad abbandonare tutto per continuare ad essere italiani. In totale furono circa 350 mila gli esuli che abbandonarono l’Istria per fuggire da una vera e propria pulizia etnica che portò all’infoibamento di circa 10 mila persone.
La signora Reggente, 92 anni, ha accolto con grande entusiasmo l’opportunità di tenere vivo il ricordo attraverso la sua testimonianza. Tra momenti di commozione e di rabbia, ci rende partecipe dei suoi ricordi, è un vero e proprio fiume in piena e a stento si riesce ad intervenire per porre alcune domande:
Signora, ci racconti la sua storia di esule. Per raccontare la mia storia non basterebbe un’intera giornata. Io ho lasciato la mia terra perché è stata regalata alla Jugoslavia. Noi non volevamo restare sotto lo straniero in casa nostra, perciò essendo patrioti siamo venuti via in 350 mila e ci siamo sparsi per il mondo. Io sono nata italiana, lo sono sempre stata nel cuore, nella mente, nell’anima. Sono andata via da patriota, per restare italiana.
Com’era la sua vita a Pola prima dell’esodo? A Pola e in Istria si viveva bene. Prima dell’esodo c’era il Fascismo, ma il Fascismo non c’entra niente in questa storia e con Tito. La guerra era finita e il nostro dramma si è consumato in tempo di pace. Mio marito è stato fatto prigioniero il 2 maggio 1945, a guerra finita.
Suo marito, Angelo Tomasello, ha tenuto vivo il ricordo dell’esodo e del dramma delle foibe per tutta la sua vita. Mio marito, all’indomani della consegna delle armi, cioè il 3 maggio 1945, fu incolonnato con centinaia di altri prigionieri e portato via dai titini. Arrivò a Belgrado, dopo tanti giorni di marcia durante la quale molti prigionieri furono uccisi o persero la vita. Fortunatamente lì c’era la commissione angloamericana che ha salvato lui e altri poveretti destinati in Siberia. Si è salvato per un pelo. Ha poi collaborato con gli alleati e si è occupato del trasferimento delle masserizie degli esuli verso il Magazzino 18 del porto vecchio di Trieste, che adesso è diventato famoso grazie a Cristicchi. Lui ha partecipato a tante iniziative per ricordare. Anche il suo papà, dopo la tragedia dell’otto settembre, era stato prelevato dai partigiani, portato a Pisino con la famigerata “corriera della morte” e rinchiuso nel castello locale adibito a carcere. Il suo destino era quello di finire in foiba, ma nel pomeriggio riuscì a fuggire grazie alla confusione creata da un bombardamento tedesco. Camminò di notte per sfuggire ai suoi aguzzini, restò ferito ma riuscì a raggiungere Pola, che in quel momento era controllata dai tedeschi della Wehrmacht che lo aiutarono a mettersi in salvo.
Perché avete scelto di abbandonare Pola? Abbiamo deciso di andare via con la morte nel cuore. I massacri delle foibe ci impressionarono e ci spaventarono. In più stavano trasferendo in città sempre più slavi animati da un odio feroce verso gli italiani. La nostra vita era in pericolo. Da questo deriva il mio anticomunismo. Io nella mia vita e per lavoro sono stata in tre Paesi comunisti e sono riuscita a sopportare tutto quello che può essere il comunismo. Ma in quel momento dovevamo andar via. Mio padre era un palombaro ed era stato trasferito in Francia per motivi di lavoro, io e mia madre siamo arrivate a Trieste a San Sabba, vicino al campo di concentramento nazista e ai forni crematori. Siamo state lì quattro mesi da profughi.
In uno dei campi profughi predisposti per gli esuli? Si, in uno dei tanti allestiti in Italia. Noi eravamo fortunati ad essere a Trieste, nel resto di Italia i profughi erano visti male dagli stessi italiani. Per fortuna mia madre conosceva una donna della provincia di Cuneo che ci invitò a trasferirci lì. Lì il Cardinale Siri ci ha dato la possibilità di vivere nel Santuario della Madonna dei Fiori di Brà, dove siamo stati tanti anni e dove ho sposato mio marito, che avevo conosciuto già a Pola.
Come mai si è trasferita a Termoli? Mio marito lavorava alla FIAT di Torino e fu trasferito a Termoli come capo reparto per inaugurare ed avviare la FIAT di Termoli. Abbiamo subito accettato perché a Termoli c’è il mare, come a Pola.
È mai tornata a Pola? Questa è una pagina triste, ho la tristezza nel cuore e la nostalgia per la mia terra. Sono tornata soltanto due volte a Pola, ma ormai non è più mia. Sentire parlare slavo a Pola mi infastidisce. Lasciare la propria casa, abbandonare tutto lascia un vuoto incolmabile. È molto triste salire su una nave, guardare la scia e salutare per sempre la propria terra dove si è nati e cresciuti, vedere sparire in lontananza il nostro anfiteatro, il campanile della nostra cattedrale. Lasciare le nostre case e i nostri beni a persone sconosciute. Io ho avuto la forza di ricominciare, c’è chi si è tolto la vita per la malinconia.
Qual è il suo messaggio ai giovani? Ai giovani dico che devono imparare a vivere con un forte senso di amore verso l’Italia, la propria Patria, la propria terra. Io quando parlo dell’Italia non dico ‘il Bel Paese’ come voi altri, io dico la mia Patria! Sul mio balcone sventolano sempre due bandiere: una dell’Italia ed una dell’Istria. Io per lavoro sono stata in tre Paesi stranieri ed ho notato che negli altri Stati c’è grande stima per l’Italia, mentre noi Italiani non amiamo la nostra Patria, e questo mi dispiace molto. Bisogna trasmettere l’amor di Patria, io ho 92 anni e dico ai giovani di amare la propria Patria, pur con tutti i suoi difetti. Bisogna avere nel cuore l’Italia prima di tutto. Vorrei che i giovani comprendessero il significato del valore delle proprie radici. Questo è il mio messaggio per i giovani.
Da qualche anno le vicende del confine orientale, le foibe e l’esodo iniziano ad essere affrontate, ma ci sono ancora difficoltà e ostacoli. Adesso Croazia e Slovenia sono nell’Unione Europea e non ha più senso condannare queste Nazioni. Dio ci ha insegnato a perdonare. Perdono anche io per la prigionia di mio marito e per quello che abbiamo passato in tempo di pace, non di guerra. Per il terrore, gli amici infoibati, l’esodo. A 92 anni posso dire che tutte le opinioni vanno rispettate, solo in questo modo è possibile convivere in pace e nel rispetto reciproco. Ma non si deve dimenticare. Mai. La nostra storia è stata cancellata per motivi politici. In Italia ancora oggi non insegnano nelle scuole la vicenda delle foibe, dell’Istria e dell’esodo. Questo è il vero problema.
Mi auguro che scriviate un articolo sincero, onesto, noi siamo venuti via in 350 mila, abbiamo sopportato la discriminazione in Italia anche dopo l’esodo. Simo stati accolti con sputi, minacce, discriminazioni, costretti a vivere nei campi profughi in condizioni pietose, dopo tutto quello che avevamo già sopportato. Non abbiamo mai chiesto niente, ci siam tirati su le maniche ed abbiamo ricominciato. Il governo italiano non ci ha mai aiutato, siamo stati abbandonati e dimenticati per più di 60 anni, ma abbiamo avuto la dignità di non pretendere mai nulla.
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