VENAFRO – La “preistoria” del falò di San Giuseppe

VENAFRO - Falò di San Giuseppe, La Notte dei Fuochi strizza l'occhio al marketing territoriale
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VENAFRO – Già dall’inizio di febbraio di tantissimi anni fa grappoli di ragazzi appesi al solito sgangherato carrettino di legno, spinto a mano, giravano, rigorosamente nella propria zona, per la raccolta di legna per il “loro favor” di San Giuseppe. L’impiegato comunale o il maestro non permettevano al figlio di unirsi a questo gruppo e quando invece incidentalmente avveniva, per il timido e ultimo arrivato, sempre peraltro bene accolto, era un’avventura e un privilegio. I rampolli dei “signori” invece, potevano solo e inesorabilmente guardare affascinati e un po’ infelici dai balconi dei loro palazzi la ciurma vociferante che urlava a squarciagola: “Alla lena! Alla lena San Gsepp z’ mor r’ fridd!” E le donne davano loro pezzi di legna, oppure se nessuno si faceva vivo dalla casa e il mucchio era a “portata di mano” o dovevano semplicemente scavalcare uno steccato, o intrufolarsi in un cancelletto, non esitavano a “prelevarlo” essi stessi il pezzo di legno, salvo poi a sentirsi spesso scagliare dietro, dalla padrona accorsa fuori, rimproveri e minacce. Il ragazzino spettatore dall’alto del suo balcone guardava trepidante col cuore che gli batteva solidale con i suoi coetanei che scappavano via tirandosi dietro il carrettino traballante mentre la “fascina” in cima al mucchio cadeva giù e la donna urlante andava a recuperarla. Se il vicinato non forniva il carrettino, i ragazzi reggevano a turno, quattro alla volta, due grosse mazze, sulle quali il “seguito” aggiustava man mano la legna che veniva, in questo modo, portata come un santo in processione allora però la fuga era un’impresa veramente rocambolesca, spesso rovinosa, ma mai disperata. Finalmente, all’imbrunire del diciannove marzo, si accendevano montagne di legna nei vari spiazzi del paese. Nuvoloni neri di fumo frammisti a scintille, come preludi di un’ imminente eruzione vulcanica, si alzavano alti nel crepuscolo, da Portanuova al Castello, da San Francesco al Mercato, dalle Quattro Cannelle all’Ospedale, dal Capo Croce alle Manganelle… Giurie assolutamente imparziali giudicavano poi quale era stato il più grandioso. Non c’erano premi, né articoli sui quotidiani perché non c’erano giornali regionali, né riprese televisive per la mancanza di emittenti locali e tanto meno consiglieri delegati alla cultura. C’era solo l’orgoglio vocale del giorno dopo che correva veloce come sul filo di un telefono invisibile tra le “contrade” di Venafro, un po’ proprio come il palio di Siena! E mentre il primo fumo scompariva e le prime gigantesche lingue di fuoco, tra un brivido di emozione generale, cominciavano a crepitare forte, le persone prendevano posto intorno al proprio falò, ognuna portandosi dietro la sedia di casa. Gli uomini, memori delle loro stesse scorribande, si limitavano a consigliare i ragazzi che, come piccoli demoni, alimentavano fino all’inverosimile la montagna di fuoco, mentre le donne, ormai rappacificate con questi, li rimproveravano con più dolcezza se non ubbidivano ai propri uomini. E tutti parlavano tra loro, qualcuno accennava una vecchia canzone, qualche altro, con la musica del suo organetto invogliava i più audaci a un piccolo giro di danza specialmente dopo che l’immancabile fiasco di vino aveva esaurito il suo giro. E si tirava così fino a notte fonda! Non era raro, dall’alto centro storico del paese (allora non era ancora storico, ma fittamente popolato) vedere sparsi qua e là, nella notte, piccoli fuochi davanti alle masserie sparse nelle campagne: erano i contadini che, con incredibile semplicità, bruciavano fuori, proprio quella sera, in onore appunto di San Giuseppe, le potature della primavera. La mattina presto del giorno successivo le donne andavano a prelevare per il proprio braciere della brace ardente che abbondava sotto il cumulo di cenere caldissima per smorzare un po’ il freddo di casa. E ce n’era proprio per tutte! Man mano i falo’ andarono perdendo i propri connotati: diventarono sempre più piccoli e meno numerosi, forse per la mancanza di legna (i camini venivano man mano soppiantati da altre fonti di riscaldamento) o anche per la mancanza di “mano d’opera” (i ragazzi andavano scoprendo altre iniziative per scaricare le proprie energie). Ma, come accade in tutte le cose, ciò avveniva gradualmente, quasi inavvertitamente. Successivamente nei vicinati i ragazzi di una società ora più consumistica e godereccia, andavano di porta in porta a chiedere un’offerta per arricchire il piccolo falò rionale con un rinfresco a base di aranciate, coca-cola, patatine… Sul tavolo, allestito accanto al fuoco, non mancavano però chiacchiere e qualche ciambellone offerti da nostalgiche volenterose. Ne rimasero in vita, di falò, forse quatto o cinque. Quello più imponente era organizzato dagli Scout di don Salvatore, nella centralissima piazza davanti alla chiesa di San Sebastiano. Il vecchio carrettino che scaricava legna per più di un mese esalò l’ultimo e già debole respiro a momenti un secolo fa. Al suo posto rimase un trattore monumentale dal quale ragazzi, ma anche qualche adulto, scaricavano cassette di legno, bancali e altro con cui allestivano con rapidità ed efficienza un falò degno di tutto rispetto, mantenendo viva una tradizione semplice e dolce. Attualmente ne vedremo forse in televisione qualche replica del passato prima che il coronavirus rendesse livido e quasi apocalittico lo “scenario” intorno a noi. In questa glaciale solitudine un bellissimo falò con tanta gente intorno ci riscalderebbe veramente il cuore. Niente e nessuno però, nemmeno il virus, avrà il potere di impedirci di ricordare e di sognare. E non solo dei falò!

Rosaria Alterio                                         

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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