Costume e società, il caffè in casa settanta anni fa

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IL CAFFÈ IN CASA SETTANTA ANNI FA (Spigolature per un bambino)

La nonna si rivolge al nipotino, Giovanni, che le chiede di uno strano attrezzo rinvenuto in cantina: “Quando avevamo solo il pane, la farina, l’olio, le patate, le uova, qualche pollo, un po’ di carne macinata per le polpette, nei giorni festivi, per me bambina, un quartino di latte al mattino, appena munto (la lattaia Rosina ne metteva sempre un po’ in più nel mio pentolino), la poca frutta profumata e gustosa delle nostre campagne… (accadeva anche che qualcosa di questo non fosse al momento reperibile… ma non succedeva nulla!) beh! allora il caffè in casa era davvero un lusso! Mia madre che non mancava mai di risorse, faceva un miscuglio di fave secche, ceci, orzo, e Giovà, lo metteva in quel cilindretto annerito che hai visto ieri giù al fondaco e mi hai chiesto a cosa serviva. Bene, il piccolo cilindro, come hai notato, è sospeso su un recipiente leggermente più grande, una sorta di parallelepipedo, nel quale si accendeva un piccolo fuocherello: girando il manico del cilindro lo si faceva girare continuamente sul fuoco fino alla tostatura dei cereali. Si macinavano poi nel macinino a mano (quello che ora è sulla cappa della stufa, come reperto archeologico) e si preparava nella napoletana, una bevanda calda, chiamata enfaticamente caffè. Nelle moderne espresso l’acqua, come vedi, sale da sotto in su attraversando il setaccino con il caffè, nella napoletana invece, quando l’acqua bolliva sotto, bisognava capovolgerla a mano e l’acqua scendeva giù, attraversando naturalmente il solito setaccino colmo di caffè, nella nostra fattispecie particolare di farina nera di cerali e il caffè scendeva giù “lentamente” in armonia con il ritmo della vita di allora! E finalmente il caffè era pronto! Per arrivare però a tale risultato c’era un altro preliminare che avrebbe scoraggiato chiunque: doveva trasferire la “carbonella” che aveva sempre pronta e a portata di mano nella “fornacella” … La fornacella, Giovà, era una … stufa in muratura, dove gli attuali fornelli erano delle cavità più o meno grandi, munite, nella parte superiore, di grigliette di ghisa sulle quali si metteva appunto la brace; in corrispondenza di esse, sulla parte anteriore, più in basso, c’erano dei fori comunicanti, davanti ai quali, sei si azionava un ventaglio, si ravvivava la brace o si accendeva la carbonella. Anche quest’ultima aveva una matrice casereccia: accanto al fuoco, un po’ in disparte, vedevo sempre una grossa pignatta con un coperchio: quando la brace era eccessiva, mia madre, con le tenaglie, frantumava con colpetti secchi e precisi qualche pezzo più grosso e lo travasava nella pignatta, coprendola per farlo spegnere lentamente prima che si consumasse mentre mio padre borbottava rassegnato: -Ah, ah…! Mó stuta ‘i fuoc! (Ecco! Ora spegne il fuoco!).  Puntualmente e lentamente i pezzi incandescenti si spegnevano, senza consumarsi e… la carbonella era pronta per il caffè…, per il ragù, per una manciata di castagne… Mia madre, in tutte queste fasi, era sorprendentemente svelta, energica, serena: mio padre soffiava un po’ sulla tazzona, quasi a ritardare il piacere di berlo e, dopo il primo sorso, a volte le faceva un rude complimento perché era “proprio buono”. A mia madre piaceva credere e ci credeva incredibilmente che si trattasse di caffè autentico tant’è che non me lo faceva nemmeno assaggiare perché, si sa, i bambini non bevono caffè, anche se della caffeina, parola quasi oscura e minacciosa, non c’era nemmeno l’ombra.

Rosaria Alterio

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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