VENAFRO – La fiera “re la Cuncètta”

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VENAFRO – Se nel dicembre del 2014 la fiera “re la Cuncètta” aveva, nei ricordi della maestra, il sapore di un racconto, ora riproponendola, è quasi una favola dato i difficili anni in corso, pandemia compresa…

Quando Venafro era un piccolo centro, le fiere che si susseguivano nel corso dell’anno, quasi con regolarità mensile, erano avvenimenti importanti per la vita quotidiana. A cominciare da quella della “Befanìa” (Epifania) e della “Cannrola” (Candelora) rispettivamente a gennaio e febbraio, per continuare con la fiera delle ricotte e “ciammaruche” (lumache) e di “San Pascal” (San Pasquale), entrambe a maggio. Seguivano a ruota: “Sant Ncandriegl”, la prima domenica di giugno e “Sant Ncandr” (qui non c’è bisogno di tradurre) il 18. Non mancava la fiera “ri Cuàrmn” (del Carmine) a luglio e, in agosto, quella di Sant’Ormisda. C’erano ancora, se vogliamo dirle proprio tutte, le fiere di “Sant Mchel” (San Michele), “Sangiuànn” (San Giovanni), la “Lnziata” (l’Annunziata) e finalmente la “Cuncètta” (l’Immacolata). Anche queste ultime, ognuna, nel giorno della propria festa. Man mano però sono andate scomparendo soppiantate ormai dalla messa in campo di mezzi meccanici, trattori, furgoni, auto che permettevano rapidi spostamenti dai luoghi di produzione a rivendite più selettive; si sono aperti negozi sempre più riforniti e mercati settimanali ricchi e variegati. Per non parlare oggi della merce che ti arriva comodamente e quasi all’istante a casa, tramite Internet. Sono rimaste, di fiere, soltanto tre o quattro: quella dell’Epifania (quasi solo di giocattoli, per genitori distratti e frettolosi), San Nicandro, il Carmine e la Concetta. Quest’ultima si è andata trasformando nel tempo. Prima iniziava dai primissimi giorni di dicembre e terminava l’otto. – Perché durava tanto? – mi chiedevano puntualmente i piccoli alunni a scuola quando si parlava della miscellanea venafrana.

– Perché questa era una fiera essenzialmente di animali e 70 anni fa non c’erano tante auto per trasportarli, bisognava “viaggiare” a piedi o con i propri carretti per le merci. Allora cominciavano ad arrivare sul luogo della fiera: asini, muli, vitelli, pecore, capre, scrofe seguite da nugoli di porcellini, mentre il contadino che li precedeva da vicino agitava del granturco in un paniere per incitarli a procedere. Sostavano tutti nella taverna di Maiola che ospitava una delle tre cantine di Portanuova. Era un enorme edificio a solo due piani che occupava tutto l’ampio semicerchio dal quale si ricavarono poi le attuali imponenti costruzioni: magazzini sotto e numerosi appartamenti sopra. Un grandissimo portone immetteva in un altrettanto ampio androne pavimentato con lastroni di pietra, che continuava in una stalla enorme (qui tutto era esageratamente spazioso) dove, durante questa fiera, pernottavano gli animali… e gli uomini. C’era da un lato un altro spazio scoperto, dove, tra una contrattazione e l’altra o ad un affare concluso, compratori e venditori giocavano a scopone, a morra, a bocce… e bevevano vino. Le trattative per la compravendita degli animali si svolgevano su degli spazi tra gli oliveti verso via Maiella, a cominciare da dietro la chiesa del Purgatorio. Non c’era, più in basso, l’attuale strada che porta a Pozzilli, ma uno stretto, sassoso viottolo quasi impraticabile. Se ai partecipanti alla fiera non bastavano le tre cantine di Portanuova continuavano le loro trattative tra gli uliveti e qui trovavano donne capaci e intraprendenti che cucinavano, per loro, su fuochi all’aperto, pasta e fagioli, trippa di vitello al sugo e baccalà in molte versioni. Grosse pentole annerite e padelle di ferro erano i rudimentali attrezzi del momento. Il pasto si consumava sotto tende improvvisate, fatte con paletti di legno conficcati nella terra con teli stesi sopra: antenate degli odierni stand. Il tutto poi diventava un po’ rocambolesco se pioveva. E finalmente la lunga fiera terminava: gli uomini avevano fatto acquisti importanti per il proprio lavoro, quasi tutti avevano ora il maialino da crescere o quello da ingrassare e uccidere da lì a poco. Le donne avevano comprato proprio l’otto, il giorno conclusivo della fiera, un berretto per il marito, un grande ombrello verde, un cappottino per il più piccolo che ne aveva davvero bisogno… un po’ di baccalà secco per il prossimo Natale, dei mandarini e fichi secchi per la famiglia. Qualcosa per loro… un grembiule, una maglia, delle pantofole… la rimandavano alla prossima fiera. Tanto non erano, quelle povere cose, così urgenti!

Rosaria Alterio

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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