Quel bar del piccolo borgo sui monti

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QUEL BAR DEL PICCOLO BORGO SUI MONTI

Di piccolissimi paesi incastonati sulle montagne, aggrappati alle colline, ma adagiati anche in pianure, ne abbiamo tanti. La televisione – non ne parliamo sempre male – ce li fa vedere entrando fin nelle case e perfino intravedere nel cuore delle persone che in quelle case vivono. Sono solo un pugno e ancorate ad essi come le radici degli alberi intorno. E così non li lasciano morire. Spesso giovani – dopo esperienze di lavoro o di studio nelle città – ritornano come rondini a primavera – nella casa del nonno per onorarla come un altare. Le case, apparentemente anguste, attaccate, strette una all’altra per difendersi dal freddo o da altro hanno tettucci e intonaco con la calda patina dell’antico. Le stradine tortuose e lastricate a grosse pietre, quasi corridoi comuni, e gradinate, munite di ringhiere, in salite e discese. Il solitario visitatore – zaino in spalla – le percorre tutte, pensieroso. Il campanile in alto – come da copione – veglia sul borgo per proteggerlo da eventuali fulmini dal cielo. E fiori dappertutto! Ognuno poi ha qualcosa di particolare che lo personalizza. Quello – ad esempio – di cui mi accingo a parlare (dove trascorro parte dell’estate e sogno per il resto dell’anno) ha una piazzetta centrale (che però riesce a contenere giovani tigli, panchine, una fontana di pietra, grosse fioriere e non è mai deserta) che mi fa pensare ogni volta a quella ovviamente famosa di Capri e non credo di dire una sconvenienza. A questo accostamento contribuisce in maniera determinante la presenza di un BAR, proprio dirimpetto, che, col suo caratteristico e piccolo gazebo esterno, sembra sbocciare dalla bellezza e dall’abbondanza dei fiori che lo circondano. Il turista che vi approda ne resta sempre un po’ incantato. Si tratta di un vero salottino che, con le sue vaporose tendine, protegge dal sole e crea – per chi la desiderasse – una discreta intimità, mentre un leggero tettuccio, a guisa di un civettuolo ombrello, ripara anche da un improvviso scroscio di pioggia. E non manca di tanto in tanto un sottofondo musicale. Questo il gazebo. Poi entri nel locale e trovi – oltre alla bontà e alla freschezza dei prodotti, pulizia (quasi asettica), educazione e cortesia, qualità che trovi sicuramente in ogni esercizio che si rispetti, ma qui scopri qualcosa in più, una sciccheria che ti fa trattenere lo sguardo. Saranno quei vasetti di marmellate artigianali impreziositi da merletti e nastrini o la piccola zuccheriera, retaggio di generazioni, o anche quel fascio di fiori sempre freschi accanto alla lucida macchinetta del caffè? Non è importante la foto o la firma di questo o quel cliente di passaggio più o meno famoso, quanto quel grazioso cestino di vimini – scoperto chissà dove – per offrire semplici caramelle. Se vogliamo essere proprio dei ficcanasi, ci addentriamo un po’ e sbirciamo un minuscolo laboratorio dove la proprietaria del bar, che chiamerei “la signora delle torte”, le prepara con le sue mani. E questo spiega anche il delizioso profumino tutt’intorno. Quando poi si esce dal locale si porta spesso con sé una “fettona” di quella torta, tanto era buona! Ed è lei che fa tutto da sola (ricorre raramente a qualche improvviso e momentaneo aiuto – non per avidità di guadagno o altro – ma perché ama il suo lavoro. Si inventò – prima del coronavirus – una serata per festeggiare finalmente l’arrivo della “bella stagione” (come chiamano lì l’estate) con musica e balli all’aperto, frammisti a gustosi spuntini. Non si tira indietro alla richiesta di una pizza o una spaghettata…proprio a mezzanotte. Se ti vede seduta fuori – davanti al suo bar – anche senza la rituale ordinazione – ti mette spesso all’improvviso sotto il naso un assaggino di qualche leccornia che ha appena sfornato e trova sempre il tempo per una breve conversazione; altre volte, quando meno te lo aspetti, te lo offre lei, con nonchalance, un caffè. È capace altresì, sempre lei, la signora delle torte, – con la determinazione di un marine – di liberare il locale da qualche persona fastidiosa o attaccabrighe. Circola, in quei paraggi, un simpatico scambio di cose buone: se la vicina o l’amica le porta una primizia del proprio orto, una ciotola di fagioli, sempre di sua produzione, magari già cotti, o delle uova…del suo pollaio, lei ricambia con bustine di miscele di caffè, o, se d’estate, con vaschette di gelato. Se d’inverno, invece – al bar – è pronta per l’amica o la vicina una calda squisita cioccolata accompagnata da un fragrante cornetto…E così la vita – nel piccolo borgo – scivola un po’ sonnacchiosa, ma serena e appagante. Non è stata una sviolinata, ma solo un’istantanea perché il borgo c’è, c’è il bar tra i fiori e la donna che lo gestisce e che abbraccia il duro lavoro giornaliero con tutta la forza e l’entusiasmo della vita. Forse sarebbe stato più opportuno parlarne il trascorso otto marzo! Ma non è tutti i giorni la festa della donna? Al di là di questo dubbio amletico è stato solo un piacere, tutto personale, descrivervi quel punto del piccolo borgo, un po’ cosmopolita come Capri, ma tanto familiare come casa tua.

Rosaria Alterio

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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