
VENAFRO – Palazzetto dello sport chiuso: le forze dell’ordine bloccano le attività e segnalano la presenza di ‘abusivi’ all’interno dell’impianto.
Con il voto favorevole di tutti i deputati presenti alla Camera è stata approvata qualche giorno fa la riforma dell’articolo 33 della Costituzione. Una novità assoluta che riconosce all’attività sportiva, alla stregua della cultura, della scienza e dell’educazione, il carattere di diritto sociale dei cittadini e come tale tutelata dalla legge. Una innovazione che ha trovato spazio in concomitanza con il 75esimo anniversario della firma della Costituzione, quasi a volerle ricordare l’importanza di mantenersi in forma e di restare longeva e sana per tanti altri anni a venire. Un tempismo e una concomitanza che dovrebbero estendere il loro potere e la loro efficacia al più presto, affinché si passi dalle intenzioni ai fatti concreti; se la Repubblica “riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme”, allora il pensiero non può che dirigersi immediatamente alle condizioni di degrado in cui verserebbe il Palazzetto dello sport di Via Pedemontana a Venafro.
In un post pubblicato sulla piattaforma sociale la Società Sportiva ‘Basket Venafro’ ha espresso in maniera educata e composta tutto il suo biasimo e tutta la sua amarezza per l’annosa questione riguardante le condizioni pessime in cui verserebbe il Palazzetto dello Sport da tempo immemore.
Una problematica importante di cui la redazione di questo giornale si è già occupata ad inizio anno, descrivendo in modo particolareggiato tutte le carenze che facevano del Palazzetto un luogo non del tutto idoneo ad accogliere la vecchia locuzione latina ‘Mens sana in corpore sano’, perché non si possono allenare mente e corpo tra quattro mura impestate dalle infiltrazioni d’acqua e dove l’agibilità assume le sembianze di un miraggio degno delle oasi desertiche.
Le condizioni avvilenti descritte in quel vecchio articolo pare non siano ancora state sanate e nell’inganno del tempo (che non sempre è gentiluomo, in alcuni casi piuttosto tende a peggiorare lo stato delle cose) si è fatta avanti un’altra e più bizzarra circostanza che ha costretto la ‘Basket Venafro’ a ricorrere allo strumento pubblico più noto per rendere manifesto come “dopo i tre mesi estivi passati a rincorrere gli addetti ai lavori e gli amministratori tra un ufficio e l’altro, dopo aver passato i primi venti giorni a smistare oltre duecento tesserati tra un campetto e l’altro in mezzo a un mare di difficoltà, dopo mille rassicurazioni – verbali e formali – sulla possibilità di usare l’impianto per l’inizio della nuova stagione, ecco che spunta un nuovo intoppo: lunedì, al primo giorno di rientro in palestra – con l’assenso del comune, che ha garantito l’accesso al campo – un viavai di forze dell’ordine ha bloccato le attività e segnalato la presenza di ‘abusivi’ all’interno dell’impianto. Da oggi, le porte del palazzetto sono ufficialmente – e speriamo solo temporaneamente – chiuse.”
Fare sport è un diritto, così si è scritto all’inizio. Ora lo sancisce la Costituzione, è sacrosanto e come è stato detto da più parti, è un traguardo storico.
Il traguardo però non si può intendere raggiunto se come capita durante una corsa il testimone cade a terra e viene calpestato da altri corridori mentre scavalcano gli ostacoli.
Occorre quindi concretizzare la riforma appena approvata che ha rivoluzionato il trentatreesimo articolo della Carta Costituzionale e per farlo bisognerebbe partire da realtà come quella venafrana ad esempio, che attende la risoluzione definitiva come se fosse in attesa dell’introvabile Godot.
Bisogna garantire il diritto ad esercitare l’attività agonistica in palestre, piscine, palazzetti dello sport che possano davvero distinguersi per modernità, pulizia, bellezza e perché conta possedere un luogo invitante nel quale fornire disciplina e quel benessere psicofisico sancito ormai anche dalla legge.
Federica Passarelli
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