Il Molise delle sagre. Nuova identità? Il delirio dell’ingordigia e il rischio dell’estinzione culturale

Molise, sagre, cultura
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ISERNIA – Il Molise pullula di sagre. Ma dietro il profumo di salsicce e frittelle, si nasconde una domanda scomoda: stiamo celebrando la nostra identità o svendendola? Tra folklore spettacolarizzato e ingordigia collettiva, il rischio è che la cultura locale venga divorata, un morso alla volta.

Coltivare la cultura dei prodotti di un territorio è una sana esigenza e una lungimirante forma di promozione delle radici e delle tradizioni del posto; cibarsi è, oltretutto, un bisogno primario e, al tempo stesso, occasione goliardica per socializzare e divertirsi. Tuttavia, San Matteo, evangelista, ci ricorda che: << non di solo pane vive l’uomo>>: citazione, con cui Gesù affrontò le tentazioni del diavolo rispondendogli che non esistono le sole necessità fisiologiche.

Lo stesso Maslow, psicologo statunitense, con la nota scala a piramide degli anni ’50 del secolo scorso, insegna come i bisogni fisiologici siano essenziali per sopravvivere ma che, solo esaudendo quelli spirituali, l’uomo si eleva, cresce e si migliora.

Sarà il progresso, lo stato di benessere, la società liquida con la tecnologia sempre più avanzata, la competizione e le corse sempre più esasperate; sarà lo sfaldamento della famiglia, genitori che fanno da figli con i propri figli e il trionfo del concetto di libertà intesa come “faccio ciò che voglio”; saranno le storie personali di ciascuno da cui maturano gelosie, invidie e cattiverie di sorta… sarà tutto questo e, ancora più su, sarà la sottile e ricercata strategia delle potenti cabine di regia tese ad annichilire i neuroni della massa: fatto sta che di spirituale poco ancora conserva l’Occidente e che la debacle – non ancora manifesta – sarà la rottura e il punto di svolta per un nuovo risorgimento e un rinnovato umanesimo (almeno questo mi auguro).

Voglio credere che tutto ciò sia evidente tanto ai direttori di orchestra che ai molti comuni mortali, ciascuno a credito delle proprie responsabilità; e così, mentre i pastori bardano gli asini, tanto più gli asini si lasciano bardare senza più ragliare, né recalcitrare.

Gli animi sono sempre più spenti mentre il dolce sopire sta diventando un sonno, sordo e profondo, da cui diviene sempre più difficile ridestarsi, al punto che (per quanto di visibile) pare che l’accorato appello di Gesù <<alzati e cammina>> faccia eco nel vuoto.

Ma non voglio abbandonare la constatazione che il Molise resta famoso per la ricchezza e la bellezza dei suoi borghi medievali e di castelli come quello di Termoli e del “Monforte” di Campobasso, per la produzione artigianale di campane ad Agnone e di zampogne a Scapoli, per l’attività pastorale legata ai tratturi e ai siti archeologici di Sepino e di Pietrabbondante.

E mi piace immaginare le voci dei numerosi turisti che, giunti in Molise, come accadeva anni addietro, ti interrogano sui posti da vedere e sui personaggi e sulle personalità storiche che lo hanno caratterizzano e che lo caratterizzano: da Celestino V a Benito Jacovitti; da Vincenzo Tiberio ad Antonio Cardarelli; da Vincenzo Cuoco a Francesco Iovine; da Fred Bongusto a Tony Dallara; da Robert De Niro ad Antonello Venditti (solo per citarne alcuni).

Oggi, invece, nuove domande riflettono gli interessi di residenti e villeggianti: ma… dov’è la sagra delle “pallotte cacio e uovo”?; la sagra della “soppressata”?; la sagra delle “patate sotto la coppa”?; la sagra dei “peperuol e baccalà”?; la sagra della “Sagne e fascuiole”?; e così via di seguito (escludendo, per ragioni di spazio, quelle riferite al bere.).

Orbene: che tutto ciò sia degno e bello da assaporare è fuori luogo ma –  mi domando – non sarebbe più bello rendere questi momenti una cornice ai contenuti culturali che illustrino le ragioni, le motivazioni e le origini di queste feste? Di queste tradizioni? (se tradizioni sono).

Ciò significherebbe attribuire un senso a cibi e bevande, significherebbe stimolare le menti a capire il perché si fanno certe cose e, soprattutto, a percepirne il senso. Diversamente, invece, è un andirivieni di gente, assisa tra lunghe file, per aggiudicarsi vivande e bevande: con la buona pace di tutti (bambini, giovani e adulti) che – al termine della serata – oltre alle viscere gonfie cosa avranno imparato di nuovo?

Infine, per la maggior parte di queste manifestazioni, sarebbe etimologicamente corretto parlare di “festa” se – per la lingua italiana – sagra è “festa celebrativa o commemorativa della consacrazione di un luogo o di un oggetto di culto” ovvero, per estensione “festa popolare che celebra un evento del raccolto o dell’annata”.

Certamente, esistono interessanti e valide eccezioni (dalle ‘Ndocciate alle Carresi; dalla festa del grano e dell’uva ai Misteri) ma cosa sarebbe se – un domani, non lontano – si potessero vedere le stesse file per feste come: la festa della beneficenza?; della lettura?; del volontariato?; della promozione di buone pratiche?

Luigi Fantini

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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