
Il calendario del PNRR stringe: per il biometano agricolo il 2026 rappresenta un passaggio decisivo, perché oltre quella data gli incentivi legati al piano non saranno più accessibili. Una scadenza che sta accelerando decisioni e confronti nei territori agricoli italiani e che riguarda da vicino anche il Molise. In Molise, regione dove allevamenti e agricoltura pesano davvero sull’economia, la discussione va oltre gli impianti e tocca un nodo più concreto: come gestire i reflui zootecnici senza scaricarne i costi sull’ambiente e sulle aziende.
È in questo contesto che il progetto Retina entra nel confronto pubblico. Non come ipotesi teorica, ma come iniziativa industriale già strutturata. Il piano prevede oltre venti impianti di biometano agricolo nel Centro-Sud, tra Lazio, Campania, Molise e Puglia, con investimenti complessivi superiori ai 600 milioni di euro, sostenuti interamente da capitali privati. Una dimensione che colloca Retina tra i principali operatori nazionali del settore.
Il punto di partenza resta una realtà spesso rimossa dal dibattito: i reflui zootecnici esistono già. Ogni allevamento li produce quotidianamente e la loro gestione è diventata negli anni sempre più complessa, sia per l’inasprimento delle normative ambientali sia per la crescente attenzione alla tutela delle falde e del suolo. In questo quadro, gli impianti sviluppati da Retina sono progettati per trattare circa 100 mila tonnellate di biomasse agricole all’anno ciascuno, provenienti in larga parte da reflui di allevamenti bovini e bufalini e, in misura minore, da sottoprodotti delle lavorazioni agroalimentari.
Si tratta esclusivamente di biomasse di origine agricola e zootecnica. Non rifiuti urbani, non frazione organica domestica. Una distinzione che non è solo concettuale, ma regolata da un sistema di controlli stringenti sulla tracciabilità delle matrici, condizione necessaria per l’autorizzazione degli impianti e per l’accesso agli incentivi previsti dal PNRR, con verifiche affidate al Gestore dei Servizi Energetici.
Dal processo di digestione si ottiene biometano destinato all’immissione diretta nella rete nazionale del gas. Ogni impianto è in grado di produrre oltre 4 milioni di metri cubi di biometano all’anno, contribuendo alla sicurezza energetica e alla riduzione delle importazioni di gas fossile. Accanto all’energia, il processo consente anche il recupero di CO₂ di origine biogenica e la produzione di fertilizzanti organici.
È proprio quest’ultimo aspetto a rendere il biometano agricolo particolarmente rilevante per il mondo rurale. Il digestato, opportunamente trattato, consente di migliorare la qualità dei terreni e di ridurre il ricorso ai fertilizzanti chimici, in linea con le indicazioni europee sulla tutela del suolo e sull’uso sostenibile delle risorse.
Il modello di Retina interviene in un punto preciso della filiera agricola che finora è rimasto scoperto. L’agricoltura e l’allevamento producono biomasse e reflui, ma senza una struttura in grado di gestirli in modo sistematico il ciclo si interrompe, lasciando agli allevatori solo costi, vincoli e responsabilità ambientali. In questo senso, gli impianti di biometano agricolo rappresentano l’anello mancante dell’economia circolare del settore: prendono in carico materiali già esistenti e li restituiscono al sistema sotto forma di energia e fertilizzanti.
Non si tratta di aggiungere un livello industriale alle campagne, ma di chiudere un ciclo che oggi resta incompleto. E in Molise, come altrove, quel vuoto ha già un costo ben visibile.
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