Infezioni nelle RSA, l’Università del Molise al fianco del Servizio sanitario nazionale”

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CAMPOBASSO – L’Università degli Studi del Molise, con il Dipartimento di Medicina e di Scienze della Salute “Vincenzo Tiberio”, conferma il proprio ruolo nella ricerca applicata a supporto del Servizio sanitario nazionale, contribuendo alla definizione di strumenti scientifici e operativi per migliorare la qualità dell’assistenza nelle Residenze sanitarie assistenziali (RSA).

“Nelle RSA italiane – come spiega sull’argomento una nota stampa dell’Istituto superiore della sanità – migliaia di residenti hanno un’infezione correlata all’assistenza (ICA), in molti casi resistente agli antibiotici, che in buona parte potrebbe essere prevenuta con una serie di misure. A realizzare una fotografia della situazione e realizzare una ‘cassetta degli attrezzi’ utile a operatori, pazienti e istituzioni è stato il progetto CCM ‘La tutela della salute nelle strutture residenziali sociosanitarie: un impegno condiviso per prevenire e controllare le infezioni correlate all’assistenza’, finanziato dal Ministero della Salute. Durante il meeting finale, che si è tenuto oggi a Udine, sono stati presentati i risultati delle survey condotte, che stimano mediamente una Ica per il 2,6% dei residenti, e i materiali realizzati, fra cui un manuale per gli operatori, due corsi di formazione a distanza (FAD) e una piattaforma informatica per fornire evidenze sulla prevenzione e la gestione del fenomeno nelle RSA.”

“Il progetto ha messo in luce diversi aspetti da migliorare per affrontare il problema, e mette a disposizione degli strumenti condivisi e validati scientificamente – sottolinea Silvio Brusaferro, Ordinario di Igiene Generale ed Applica dell’Università di Udine, che ha coordinato lo studio – Uno dei problemi principali è quello della tassonomia, con il termine Rsa si identificano realtà molto diverse tra loro per dimensioni e intensità di cura. La frammentazione degli approcci rende difficile garantire standard minimi omogenei in tutto il paese e anche proporre raccomandazioni per tipologia di struttura”.

Il settore – aggiungono Enrico Ricchizzi, epidemiologo della Regione Emilia Romagna, e Giancarlo Ripabelli, ordinario di Igiene dell’Università del Molise – copre una vastissima area di assistenza del sistema sanitario e sociale con dimensioni più che doppie rispetto agli ospedali per acuti (7 posti letto x 1000 abitanti vs 3 posti letto x 1000 abitanti), ma appare estremamente frammentato a livello tassonomico, normativo, organizzativo e di standard assistenziali – spiegano Ricchizzi e Ripabelli – anche la distribuzione sul territorio italiano non è uniforme, con il Sud che ha molti meno posti letto rispetto ad alcune aree del nord”.

L’indagine sulla prevalenza delle ICA e sull’uso di antimicrobici, denominata HALT, giunta alla quarta edizione, è stata condotta nel 2024 su un campione nazionale di 470 strutture e 31.670 residenti. Il giorno dell’indagine il 2,6% dei residenti presentava almeno una ICA, un numero in calo rispetto a quella precedente (2017): le più frequenti erano urinarie (37,8%) e respiratorie (33,3%). Inoltre, 915 residenti (2,9%) erano in trattamento con antimicrobici, principalmente penicilline (26,3%), cefalosporine (24,6%) e fluorochinoloni (10,5%). Il 46,2% dei microrganismi monitorati risultava resistente ad almeno una classe di antibiotici. Il report è stato reso disponibile sul sito dell’ISS (link).

“L’ indagine di prevalenza – spiega Carla Zotti, docente di Igiene e Medicina Preventiva dell’Università degli Studi di Torino – ha costituito un’occasione per condividere con tutte le Regioni non soltanto dati descrittivi della nostra realtà nazionale ma anche una modalità di raccolta e archiviazione dei dati, con una particolare attenzione all’eticità alla protezione dei dati, e all’uso di un protocollo condiviso per lavorare con le stesse modalità e rendere confrontabili i dati regionali e locali ”.

“Accanto ai fattori individuali, nelle RSA il rischio infettivo è amplificato da specifiche caratteristiche organizzative e assistenziali, quali la vita in gruppo, la degenza prolungata dei residenti, il rapido turnover del personale, il coinvolgimento significativo di operatori diversi dai professionisti sanitari regolamentati, la frequente condizione di immunocompromissione di molti residenti e l’uso diffuso di dispositivi invasivi – spiega Fabrizio Gemmi, Coordinatore dell’Osservatorio per la Qualità ed Equità · Agenzia regionale di sanità della Toscana. Inoltre, a questi elementi si aggiunge anche il fenomeno della ;porta girevole, ovvero il frequente trasferimento di pazienti tra ospedali e strutture di lungodegenza, che gioca un ruolo determinante nella dinamica della colonizzazione e della trasmissione delle infezioni”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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