Il mestiere del funaio, che nella prima metà del Novecento rese Ripalimosani un punto di riferimento per la produzione di corde e funi, non era solo un’attività artigianale ma anche sociale: svolto all’aperto, nell’“Orto dei funai”, metteva l’artigiano al centro della vita del paese, tra relazioni, commercio e cultura.
L’appuntamento teatrale ha preso spunto dalla ricerca condotta trent’anni fa da Antonella Iammarino, che trasformò la sua tesi di laurea in demologia in un libro oggi rieditato e arricchito con nuove fotografie, schemi tecnici e persino esperienze multimediali. Sul palco, grazie ai filmati della Cineteca Antonio Iammarino e alle testimonianze dei discendenti dell’ultimo funaio ripese, Giovanni Giannantonio, il pubblico ha rivissuto la fatica e la dignità di un mestiere antico.
Il momento più suggestivo è stato la costruzione in diretta di una fune, guidata dal maestro Mario Tanno e dall’associazione CGM Today. Un gesto che ha riportato alla luce la manualità e la pazienza di un lavoro che un tempo occupava l’intera giornata.
La partecipazione emotiva dei cittadini ha dimostrato quanto forte sia ancora il legame con questa tradizione. Molti hanno raccontato ricordi personali, altri hanno espresso stupore nel vedere di nuovo produrre una fune davanti ai propri occhi. Un segno evidente che l’obiettivo è stato raggiunto: riscoprire e custodire l’identità profonda di Ripalimosani, affinché continui a vivere nel tempo.