Festival ‘Tracce di luce’, alla scoperta di Charles Lucien Moulin

Festival, 'Tracce di luce', Charles Lucien Moulin
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ROCCHETTA A VOLTURNO – Castelnuovo al Volturno presenta il primo festival culturale dedicato a Charles Lucien Moulin, l’artista anarchico che lasciò la Francia per rifugiarsi tra le montagne del Molise.

Santone o taumaturgo, personaggio singolare e figura leggendaria. Tra gli abitanti di Castelnuovo al Volturno è ancora nitido e presente il ricordo di Charles Lucien Moulin, il pittore francese che dopo la Grande Guerra decise di lasciare Parigi per insediarsi stabilmente tra i boschi e la natura sconfinata delle Mainarde. Così come Monte Marrone è simbolo di appartenenza per il piccolo borgo situato ai piedi della catena montuosa molisana, allo stesso modo l’artista francese, entrato a far parte della storia e del profilo di un paese che è consapevole dell’importanza di alimentarsi del significato culturale impresso ai suoi luoghi dall’arte e dal pensiero del pittore d’oltralpe. Tanto da dedicargli un museo che è stato inaugurato qualche anno fa.

Il ‘Centro Indipendente Studi Alta Valle del Volturno’ (CISAV) è un’Associazione di Promozione Sociale nata nel 2021 come collettivo di ricercatori e ricercatrici militanti, abitanti dell’Alta Valle del Volturno, al fine di studiare e attivare concrete azioni di contrasto alla progressiva marginalizzazione del territorio. Merita di essere segnalata e accolta con pieno consenso l’iniziativa volta a far conoscere la storia del pittore francese attraverso una proposta articolata “che varia dai convegni all’esposizione di opere originali, dalla residenza d’artista ai laboratori aperti a tutti”.

Durante sette giorni, dal 4 al 10 settembre, il CISAV con il patrocinio del ‘Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise’, del comune di Rocchetta a Volturno e con media partner ufficiale ‘Rai Radio 3’  proporrà il primo festival culturale dedicato a ‘M’ssiù Mulà’, il pittore anticonformista che decise di lasciare i salotti parigini per trovare la sua giusta collocazione nella natura inconfondibile che ancora oggi si dilata a dismisura tra le montagne del Molise.

Come precisa il comunicato “più che un festival è un cammino lungo il quale incontrare la produzione, il pensiero, le scelte e le conoscenze di Moulin, grazie a una ricca agenda di attività        aperte a tutti”. Perché si possa garantire una conoscenza assoluta della visione artistica del pittore, gli organizzatori hanno promosso l’idea del percorso politematico: in definitiva, non si limiteranno a proporre i consueti metodi di offerta culturale ma oltre a presentare una mostra temporanea con le opere originali dell’artista dal titolo “Tracce di Vita. Moulin tra Rocchetta e Castelnuovo”, proporranno un sentiero narrativo verso la capanna di Moulin sul Monte Marrone, una passeggiata letteraria, dunque, con laboratori di illustrazione. Distribuiti lungo tutta la settimana si svolgeranno convegni, concerti, visite guidate, presentazioni di libri, creazioni di stampe botaniche, letture ed escursioni. Un calendario multiforme che saprà rendere onore alla poliedricità di Moulin.

“M’ssiù Mulà” ma anche “l’orso delle Mainarde” o ancora il “professore”, per la cultura mai ostentata che possedeva. Così gli abitanti di Castelnuovo etichettavano il pittore francese, l’artista anarchico che decise di abbandonare la Francia, concentrata sul suo mondo alla moda tanto poco consistente, per abbandonarsi al silenzio della natura così da rintracciare se stesso e il significato essenziale della bellezza.

La scoperta di questi luoghi è legata ad una figura tradizionalmente figlia dell’Italia centro-meridionale: lo zampognaro. A Lille prima e successivamente a Parigi l’incontro con gli zampognari (due di quei tanti migranti che dall’Italia si trasferivano all’estero per lavoro)  Nicandro Coia e Vincenzo Tommasone entrambi molisani originari di Castelnuovo al Volturno, fu determinante nel segnare la sua scelta di vita. L’uno e l’altro infatti narravano all’artista le bellezze della natura dei propri luoghi e la maestosità delle montagne cosicché, durante gli spostamenti tra Parigi, Roma e Lille, nel 1911 Moulin giunse a Castelnuovo trattenendosi per un anno nel paesetto molisano per poi stabilircisi definitivamente dopo il 1919.

La rivelazione di luoghi immersi nella natura in grado di dare soddisfazione all’aspirazione artistica e alla ricerca esistenziale di Moulin favorì la scelta di vivere in solitudine tant’è vero che decise di costruirsi da solo un rifugio in pietra, un vero e proprio eremo in cui ritirarsi. Il tentativo a cui il pittore dedicò la sua vita fu quello di riprodurre la luce che irradiava da quei posti così remoti e il baluginare del sole che riusciva a colorare di rosa le pareti delle Mainarde. Per indagare l’animo umano e garantire al meglio la rappresentazione della realtà, forte del linguaggio universale che gli derivava dal paesaggio circostante, decise di abbandonare i colori ad olio e la tempera a favore del pastello, tecnica più consona alla verità dello studio ‘en plein air’. Le catene delle Mainarde e i boschi di Castelnuovo facevano  da sfondo alle sue opere, così pure i contadini di ritorno dalle campagne o la gente del posto con la quale conversava e a cui regalava i suoi quadri per ringraziarla dell’ospitalità e dei pasti caldi che gli offriva (una buona usanza che capovolge un recente sondaggio ambasciatore di quanto il Molise sia la regione che meno di tutte mostri un atteggiamento positivo verso i turisti).

Santone o taumaturgo, personaggio singolare e figura leggendaria, il maestro Moulin è in grado ancora oggi di insegnare all’uomo moderno quanto conti il rispetto della natura e quanto sia impossibile prescindere da essa: preservarla è l’unico modo che assicura la salvezza dell’umanità.

Federica Passarelli

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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